Omaggio all’Umbria al Duomo di Orvieto. Registrato il concerto di Pasqua che vedremo in tv il Venerdì Santo. Una immagine forte della nostra cultura cristiana.

(Orvieto 24 febbraio 2026)
“E domani, a Orvieto, sei costretto a confessare che quel duomo è ancor più bello”. Parola di Johannes Brahms, che in una lettera a Clara Schumann, datata aprile 1881, confessava alla donna amata che il tempio del Maitani era ancor più attraente della pur ammirata cattedrale di Siena, vista appena pochi giorni avanti. Era lo stesso autore che quattro anni prima, aveva firmato la sua Seconda Sinfonia, la op. 73, che è stato il momento più intenso di un concerto piuttosto breve con cui l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ha confermato la sua presenza nel Duomo di Orvieto, luogo Santo della cristianità, monumento insigne della storia dell’arte e immagine con cui la televisione italiana proietta la nostra Umbria in mondovisione.
Un primato, questo che l’Umbria s’ è conquistata grazie alla operosità di Laura Musella, la cantante folignate che ci ha fatto raggiungere una posizione che, nel mondo della grande musica, vale quanto un medagliere olimpionico. Quello che vedremo la sera del Venerdì Santo, dopo la Via Crucis, da anni parla umbro ed è un valore aggiunto che arricchisce la sostanza spirituale di una regione che, col centenario francescano, è ora più che mai al centro del mondo di valori cristiani. E si sa come il particolare storico che stiamo vivendo, abbia più che mai bisogno di incremento e di conferme.
E c’era veramente tanta storia in questo pomeriggio di ieri, quando, in molti, abbiamo affrontato il rigido clima dell’interno del maestoso edificio, mai toccata dalla grazia di un tepore accettabile, con una atmosfera sacrale che, da sola, ti toglie il respiro solo che varchi le maestose soglie. Pensiamo alle migliaia di visitatori che da sempre, alzano gli occhi sull’esoscheletro di questa immensa balena zebrata che da secoli narra di un miracolo, della devozione che ne è nata e dell’immane sforzo di quanti, nel tempo, hanno messo mano alle architetture innalzando questo teatro dello spirito. Ci saremmo aspettati che tutti i rappresentanti della società civile umbra si riconoscessero in questa grande giornata della musica, ma la pattuglia di ottimati era piuttosto esigua. Forse molti si sono sentiti privati della presenza di una figura carismatica come Zubin Metha, il direttore che Laura Musella ha portato a Orvieto almeno una decina di volte. Ma con l’avanzare dell’età il maestro indiano, indiscussa “bacchetta di platino” internazionale, ha dato tutto quel che poteva, sino alla presenza dello scorso anno, commovente testimonianza di fedeltà alle ragioni della musica. Ieri alla guida della sinfonica del Maggio Musicale Fiorentino, un complesso di eccellenza che da anni onora il suo impegno con il festival “Omaggio all’Umbria”, c’era un maestro ancore giovane, ma già santificato alla comunità internazionale, Daniele Rustioni. Un bel direttore, senza dubbio, che si fa apprezzare per la diligenza, l’equilibrio e l’ossequio alle forme. Che ha deciso di aprire il suo concerto con una grande pagina dell’operismo wagneriano, la ouverture del Tannhauser, brano che ha subito inaugurato la difficile competizione con le sonorità del Duomo, che sono la negazione certa dell’acustica. La registrazione televisiva renderà ragione di equilibri e riverberi, ma per noi, costretti a combattere con un freddo tagliente, era questione di raccogliere echi lontani di un’orchestra che comunque si faceva apprezzare per la bellezza degli impasti degli archi e per la increspatura preziosa degli ottoni. Che nel racconto del cavaliere teutonico pellegrino a Roma, nell’ età di papa Urbano IV, sono la voce rauca di un Medio Evo ancora fremente di sussulti paganeggianti che furono raccolti da Wagner nello spirito della Controriforma, e degli scandali delle indulgenze comprate, di pellegrinaggi giudiziari e di lusinghe di Sibille Appenniniche, non meno seduttive delle colleghe tirreniche. Bella la grafia con cui Rustioni ha tracciato la storia che, secondo accreditate testimonianze storiche, avrebbe potuto benissimo concludersi sul monte che custodiva lo speco della regina Sibilla. Sarà stata una leggenda, ma qualcuno ci ha creduto e nel 1420 è salito personalmente sul monte per trovare tracce di un cavaliere immerso, per l’eternità, nelle braccia della lussuria. Ci piaceva pensare a questo mentre si disperdevano, nell’immensità dello spazio, gli ultimi echi della ouverture. In attesa di ascoltare un dei capolavoro del sinfonismo di un musicista tedesco che ha amato l’Italia come un pellegrino della bellezza. Bismarkiano fino al midollo, Brahms viaggiò a lungo nel bel Paese, si incantò davanti al Tempio Malatestiano di Rimini, consegnando la sua immagine pietrificata al suo Secondo concerto per pianoforte, visitò Spoleto e salì anche a Monteluco per un rustico desinare. Ma in questa seconda Sinfonia c’è tutta la sensibilità nordica di un musicista che pensa da tedesco e intreccia la sua sensibilità con una grande sapienza contrappuntistica che gli deriva dalla sua formazione bachiana e luterana, ma che gli consente di attingere a una tematica preziosa, ricca di echi naturalistici, piena di un afflato effusivo e malinconico. Parametri ben rispettati da Rustioni, salvo una brusca impennata nel movimento finale, emulsionato con una dinamica che sembrava contrastare col bel narrato precedente. Si vorrebbe applaudire di più, ma il freddo spinge tutti fuori del Duomo a cercare, paradossalmente, un po’ di tepore. Tutti comunque soddisfatti e felici.
Stefano Ragni
