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Dalla voci bianche del Morlacchi alla fascinosa kirghisa: due concerti a palazzo Gallenga e al Pavone.

Musica senza confini, ma sempre mirata al coinvolgimento di un pubblico cittadino che sa apprezzare le manifestazioni nei loro valori caratterizzanti.

Quindi un saliente giovanile venerdì pomeriggio nell’aula magna dell’Università per Stranieri, ora e sempre luogo della accoglienza, per ospitare il tradizionale concerto del coro di voci bianche del Conservatorio Morlacchi. Una platea animata soprattutto da affezioni parentali, con un una miriade d’infanti che compongono le varie formazioni corali, dalla propedeutica, al giovanile, alle voci bianche, tutti diretti e preparati dalla eccellente Marta Alunni Pini, una donna che sa farsi amare e sa coinvolgere i suoi fragranti collaboratori. Si va dai “pulcini” del propedeutico che si aprono la strada con snelle melodie ritmate sulle immagini della gallina, del galletto, del pagliaccio e del carnevale. piccole cosettine di Conci, Bindocci e Lanaro.  E’ quanto occorre per attrarre i minuscoli cantori in un coinvolgimento che cade nella fattualità della loro immaginazione. E se volevate capire di cosa consista il “contrappunto”, lo stile che ha coinvolto secoli di storia della musica, ecco che Marta mescola due formazioni nel “Fra Martino campanaro” e realizza la “madre di tutti gli stili imitativi” con una efficacia senza paragoni.

Quando si passa al nucleo giovanile ecco un pregnante” Vergine bella” che confluisce in Monteverdi, Banchieri, con il gustoso “Contrappunto bestiale alla mente”, e il Vecchi del “So ben chi m’ha bon tempo”, seguiti dai moderni Caraba,  Chitcott e Coleman. È il momento poi degli adolescenti con brani di pronta fruizione come il sempre suggestivo “Luna di lana” di Sulpizi e filastrocche di Filippi, Zuccante, Britten e Buzzavi. Sempre interessante, per noi, ricordare il disco che Fernando Sulpizi dedicò alle voci bianche perugine. Si trattò di un concerto che seguiva la pubblicazione di un disco, allora un long-play che vide, più di venti anni fa, la partecipazione, come voce bianca della stessa Marta. Ed è sempre un piacere ricordarlo, oltre che auspicarne una riedizione moderna.  Chiude il concerto il trittico Bindocci-Conci, con le due melodie del maestro perugino, Enrico Bindocci. È personaggio molto legato alla vocalità infantile per esercitare il delicato compito di maestro della Montessori di Santa Croce, e la vocalità ce l’ha in casa, ma vanta anche  una spiccata sensibilità di autore raffinato. Felicitazioni alla maestra Alunni Pini e una menzione per il pianista Giovanni Strippoli.

Due giorni dopo, ieri pomeriggio, gli Amici della Musica, al teatro del Pavone, hanno rinnovato il periodico appuntamento con il pubblico degli affezionati. Ed è stato ancora una volta trovarsi avvolti della grande ondata di qualità che più di una volta caratterizza queste ricorrenze che aggiungono, tassello dopo tassello, la trama di un rapporto con la cultura che, soprattutto in questi momenti storici, è questione di appartenenza a una civiltà messa sempre più a dura prova da un mondo che ribolle di inquietudine. Una volta chiuse le porte del teatro “dei nobili” possiamo immergerci nei suoi velluti lasciando all’esterno la realtà di tutti i giorni per rinnovare uno di quegli incantesimi che rendono la vita degna di essere percorsa. Ce lo ha ricordato una presenza inquietante, una giovane violinista che viene dal “paese dei Tartari”, creatura affascinante che ha fatto in tempo a studiare con Rostropovich e Shlomo Mintz e che oggi svetta nella discografia internazionale. A buon diritto da come la abbiamo sentita appena ha fatto fremere i legni del teatro con un violino sussurrante, un Guarnieri del Gesù del 1738 che ha reso credibili i tre bruttissimi pezzi della Suite op. 6 di Britten. Certamente brani “in cerca di autore”. Ma con quel leggero appoggiare l’arco nella “Lullaby”, Alena Baeva si è presentata con il carisma di una grande interprete che sa cesellare la sua presenza con una caratura non invasiva, ma “persuasiva”.  Stare sospesa sulle corde, facendo vibrare l’arco con una emissione magnetica è una cosa piuttosto rara in una interprete che traguarda appena i quaranta anni con la freschezza di una ventenne.  Questione di fascino sciamanico, non favorito neanche dalla scelta di un vestito che faceva molto “vecchi merletti”, ma forse per questo produceva ancor più tenerezza. Non soverchiata dal frastuono del pianoforte che sarebbe meglio tenere almeno con il coperchio semiabbassato, Alena ha coinvolto il suo prestigioso collaboratore, l’ucraino Vadim Kholodhenko, un musicista di razza, in un gioco sottile che si è dipanato nella successiva Sonata   op. 13 di Faurè. Si tratta di un’opera che si ascolta volentieri, perché produce la prevedibile piacevolezza che accompagna ogni ascolto di un musicista accademicamente molto ferrato, ma disponibile e un linguaggio salottiero. Non illudetevi, comunque, perché la “petite phrase di Vinteuil” non è nessuna di quelle che ascoltate. Parola di Proust, che dichiarò a chiare lettere che la musica della “Recherche” è puramente immaginata. Perfettamente convinti dalla coesione dei due giovani artisti li abbiamo seguiti nella versione dell’op. 30 n. 2 di Beethoven. La collocazione in chiusura di programma era piacevole, ma non coerente: tuttavia la qualità della versione, rabbiosa, impulsiva, piena di risentimento, dava ragione a quella “collera” che il gigante di Bonn sa fare rivivere anche in noi moderni ascoltatori. Ci pensavamo quando abbiamo sentito, quelle scale forsennata del pianoforte che trafiggono, improvvisamente e non motivate, l’Adagio Cantabile. Si tratta di un interrogativo di estrema modernità con cui il musicista che più ha espresso la voglia di modernità, sembra chiedersi il perché del “male del mondo”. Ce lo chiede, senza alcun preavviso, il pianoforte, per almeno due volte, con il violino che sembra accodarsi, ma con scarsa convinzione. Qui Kholodenko veramente musicista di forte tempra. Come, d’altra parte, suggerisce il suo curriculum internazionale.

Felicissimi di aver goduto della presenza dei due artisti che hanno realizzato un livello altissimo di camerismo. Il pubblico applaudiva, ma forse non ha saputo convincere i due giovani ospiti ad onorarlo di un bis.

Stefano Ragni

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