Solomeo apre in “do maggiore” nel segno di Apollo Musagete.

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Al teatro Cucinelli un pomeriggio di beatitudine.

Solomeo, 26 ottobre 2026

Finalmente ci sono belle novità per i postulanti che cominciano a salire la “scala santa” che porta al teatro. Un vero percorso dolomitico che mette a dura prova coronarie e polpacci. Ma per fortuna, come da alcune parti si era sentito richiedere, c’è un robusto passamano di ferro che sostiene chi sale e chi, poi, scenderà. Al ritorno ci sono ancora tre scalini in ombra non tutelati dal passamano.  Il sottoscritto ha rischiato di rompersi l’osso del collo proprio a due passi dal parcheggio. Ancora uno sforzo e ci siamo.

Questo autentico “Gradus ad Parnassum” è speculare alla voglia di sentire la bella musica che garantisce sempre la programmazione di Fabio Ciofini. Oltretutto nel percorso ci sono quattro belle panchine per riprendere fiato e una bella colonna dorica indica la direzione. Entrati in teatro, col personale sempre educatissimo e premuroso, un’altra bella sorpresa: finalmente il programma di sala ha abbandonato la grafica colibrì e ora, bei caratteri ben spaziati   consentono di leggere le sapienti pagine introduttive di Silvia Paparelli.  Cartoncino elegantissimo, belle foto, anche se il pianista ospite, l’ottimo Alessandro Marangoni, tarocca la sua immagine proponendosi come era almeno venti, se non trenta anni fa. Ora è un composto signore che si siede alla tastiera per riprodurre lo stellare Concerto K 467. In do maggiore, appunto, la tonalità del trionfo della luce, la luminosa visione di Aton, la abbagliante bellezza di un marmo greco che, nella neutralità delle emozioni che esprime, racchiude tutti gli “affetti” possibili. Perché di questo si trattava, ai tempi di Mozart. Vietato piangersi addosso: il pubblico, come sta succedendo anche oggi, non voleva essere turbato e chiedeva “solide certezze” Lo dicevano anche i filosofi più accreditati, Cartesio e padre Athanasisus Kichker: gli affetti si potevano esporre senza essere coinvolti emotivamente, passare con disinvoltura dal gaio al malinconico soffermandosi, al massimo su piccole ombre di elegante severità. Mozart, poi, aveva bisogno di quattrini e proponeva agli abbondati ai suoi concerti ciò che i viennesi cercavano nella sua musica: garanzia di scrittura, stile di galante conversazione, risoluzione di tutti i possibili contrasti. Un Concerto per pianoforte non è il “Don Giovanni”, e il biglietto, di solito del valore di una sovrana, che sarebbero milletrecento euro di oggi, garantiva il posto a sedere e il piacere di seguire un percorso godibilmente lineare. Magari godendo delle evoluzioni del pianista, apprezzato come un acrobata ammaestrato. Ecco perché il ”do maggiore” di Mozart, nella teoria “degli affetti” è percepito come purezza e trasparenza. E Mozart questo “do maggiore” ai viennesi lo dà con accorta generosità. Se avesse conosciuto Kant avrebbe pensato al “migliore dei mondi possibili”, ma il “divino fanciullo” non si fasciò mai il capo con la filosofia. Ci pensava, altrove Rousseau. Ed ecco allora esplodere il tripudio della Sinfonia Jupiter, l’ultima, la più “numinosa”. Mettere insieme queste due opere è stata una accorta scelta della direzione artistica. L’eleganza iridescente del Concerto K 467, con suo cullante “Andante” in fa maggiore, gioia e delizia di più di una pubblicità televisiva, e la olimpica monumentalità dell’ultima sinfonia, una opera prismatica che scarica anche lei, sul fa maggiore dell’Andante “cantabile”, la richiesta di eleganza. Ma nella trattazione del primo e dell’ultimo tempo la Sinfonia è spinosa come un riccio. Mai fino a quel momento un musicista aveva intrecciato armonia e contrappunto in maniera così abile. Mozart sembra alludere a quel che Beethoven farà nella “Missa solemnis”. Riassumere tutto un percorso della musica da Palestrina al classicismo viennese. Poi un “pied arm” e ci si immergerà nel romanticismo. Sentendo e assaporando il formicolio del finale, “Molto allegro” ci siamo illusi di aver goduto di semplicità: invece siamo appena usciti da un vortice intellettivo che non abbiamo avvertito. Perché Mozart è questo: enigma e mistero, col sorriso di un bambino felice.

Ringraziamo gli esecutori che ci hanno accompagnato in un questo fantastico percorso: il citato Marangoni e il direttore argentino, già apprezzato al Cucinelli, Jorge Lhez. Qualcuno vorrebbe un bis, ma dopo la “tavola” della Jupiter chi si azzarda?

Orchestra in pedana: una formazione nuova, quella del teatro Cucinelli. Ora sappiamo che la Fondazione Cucinelli collabora con gli Amici della Musica che hanno in tutela la Orchestra da camera di Perugia. La presidente Anna Calabro la implementa con tutta la autorevolezza della sua convinzione. ma questa è una formazione diversa. Sembra che ricominci la “guerra delle due orchestra” e chi la ha vissuta sa a cosa ci si riferisce: guelfi e ghibellini, raspanti e beccherini, Biordo Michelotti e Braccio da Montone. L’eterna pecca di noi perugini. La nostra debolezza.

Qualcuno ci spieghi cose c’è dietro. Noi non lo capiamo.

Stefano Ragni

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