Al san Domenico il nuovo presidente degli Amici della Musica, Bernardino Sperandio.

Foligno, 23 ottobre 2026
Che ieri sera fosse una occasione particolare lo si capiva dal fatto che Marco Scolastra, il direttore artistico degli Amici della Musica indossava un impeccabile frack. Elegantissimo. Accanto a lui il sodale e compagno di strada Sandro Cappelletto, in abito e camicia neri, penitenziale. Come si usa quando si fa musica sul serio. Tanto più che il musicologo veneziano è uno degli intellettuali più in vista nella produzione di tanti splendidi prodotti didascalici e narrativi. Come questo Chopin che ieri sera ci è stato raccontato in maniera semplicissima, come piace ai più. Si trattava di una “prima” nazionale e qualche nervosismo in pedana c’era. Ma l’impegno era comunque solenne, perché era il momento di sottolineare uno storico passaggio di consegne tra il presidente uscente, l’ottimo Giorgio Battisti e colui che gli subentrava nell’ambito incarico. Bernardino Sperandio prendeva il microfono e ricordava di essere entrato tanti anni fa nell’immensa aula dei domenicani come semplice restauratore di alcuni affreschi della parete sinistra. Molti gli anni, ben quarantasei, molti dei quali passati attraverso il magistero professionale di Marco Scolastra, un pianista non secondo a nessuno in gusto e competenze. Scambiati così i necessari convenevoli, ci siamo immersi nella affabulazione. Che Cappelletto sa scandire, come sempre, con voce molto ferma e ben modulata, rendendo comprensibile tutte le immagini che vuole evocare. A cominciare dal premio Nobel Olga Tacarczkuk, che nel suo romanzo sulla emigrazione degli spiriti, ha inserito una bella pagina che ricorda come la sorella di Chopin, Ludovika, all’indomani della morte del musicista facesse espiantare il suo cuore per portarlo a Varsavia. Nascosto in una ampolla piena di cognac, che si era legata nei recessi delle sue parti intime per evitare le ispezioni delle guardie di frontiera prussiana. Ora, risparmiato dalla guerra, il cuore del più grande dei polacchi è inumato in una colonna del più bel tempio di Varsavia.
Ma al di là del racconto che, per i più, era una nota vicenda, la intelligenza musicale di Cappelletto ha realizzato quegli incroci che sa fare solo un uomo di amena vivacità mentale. Come citare Pasolini della storica intervista a Silvana Mangano e indugiare sulla “Histoire de ma vie” di George Sand, la donna che per nove anni visse accanto a Chopin, di cui, se abbiamo sentito bene, sette in assoluta verginità. Ma è un dettaglio. Quel che più contava era il lugubre ritornello ripetuto da Cappelletto: la presenza di una malattia tremenda, incurabile all’epoca, che forse ci fa capire il senso di soffocamento che Chopin temeva di dover subire anche nella stessa bara. Lo ha raccontato, in maniera apodittica, il tremendo Cioran: “Chopin ha promosso il pianoforte al rango della tisi”. Per fortuna il bel pianoforte di Scolastra contrappuntava con molta pregnanza i capitoli della narrazione: ed erano preludi, valzer, mazurke, lo studio sulla caduta di Varsavia. Un florilegio sonoro che è stato molto apprezzato dal pubblico piuttosto numeroso e che è stato premiato anche da un bis. Usciamo con la immagine di Schumann: Chopin era un sarmata, un “inatteso”. Qualcuno che il “Deserto dei Tartari” se lo portava dentro. E poi, guardando il disegno che, se non sbagliamo, è di Delacroix, Chopin assomigliava a Giorgio Gaber. E si doleva del suo nasone. Almeno un sorriso. L’insediamento di un nuovo presidente non poteva essere sottolineato da evento migliore. Sabato prossimo si replica, all’Oratorio del Crocefisso, con qualcosa di imperdibile, la rievocazione della figura di Adelaide Ristori, attrice, drammaturga, nobildonna e musicista. Ci saremo.
Stefano Ragni