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A san Pietro un violoncello all’aroma di viola.

Amici della Musica e Fondazione Cucinelli inaugurano la 81esima stagione.

Perugia 21 ottobre 2026

Ieri sera un grande appuntamento con la tradizione della grande musica accademica in una basilica di san Pietro gremita di ascoltatori.  Panche piene, posti laterali contesi, e nuove sedie di legno, rigide, di una certa eleganza, ma di un rigore penitenziale. Ma accedere a questa Betlemme della musica perugina, in questa arena di prestigio dove sono stati celebrati tanti memorabili riti assicura, a chi vi entra, di respirare il sapore della storia. Anche perché poi la particolare caratura morale della presidente degli Amici, Anna Calabro, assicura alla impostazione della stagione la serietà di un impegno che non concede niente alla mondanità, ma garantisce solo prodotti di alta qualità. È così che ancora una volta il direttore artistico, Enrico Bronzi, ha realizzato un autentico successo con la presentazione di un collega di violoncello con una orchestra da camera che ha letteralmente sollevato applausi da tribune di serata rock. Entusiasmare con uno dei più problematici concerti per violoncello del Romanticismo tedesco e con una sinfonia giovanile di Beethoven, vuol dire avere assemblato elementi utili a far converge l’attenzione del pubblico non tanto sulla musica, ma dal come veniva esposta. Ora il violoncellista franco-tedesco Nicolas Altstaedt è già di per sé un personaggio molto apprezzato nelle cronache concertistiche europee. Il suo rapporto con le istituzioni e col mondo della critica gli ha assicurato una pioggia di riconoscimenti e di premi. Farlo salire sul podio di una orchestra, tuttavia, comporta il solito rischio di trovarsi di fronte un bel solista che mette il suo prestigio a confronto con una avventura che spesso brucia chi la affronta. In particolare, per uno strumentista abituato a impegnare un archetto, dirigere comporta una dissociazione muscolare tra i vettori spaziali del suono, dall’orizzontale della cordiera alla verticalità degli attacchi alle sezioni del complesso sinfonico. Chi ha talento si arrangia, chi non ha studi specifici spesso ci casca. Nel caso dell’ancor giovane solista di ieri sera, c’era a suo favore una singolare componente energetica che, pur evidenziando la mancanza di una tecnica specifica, ha trascinato i giovani collaboratori in una spirale di entusiasmi che hanno anche autorizzato e pensare che Beethoven fosse un contemporaneo di Telemann.  Ma soprattutto, per un direttore che non viene dal mondo degli studi sistematici e noi ce ne accorgiamo subito, si tratta di convincere, prima di tutto, i propri collaboratori a credere nel proprio progetto. Ora la Orchestra da Camera di Monaco ha una tradizione di oltre settanta anni di professionalità esercitata ai massimi livelli. Per la forza delle mutazioni generazionali, la compagine tedesca è praticamente composta di giovani: gli archi sono una aggregazione stabile e si sono autoassegnati tre direttori che collaborano tra loro a esecuzioni e programmazione: i fiati vengono “a chiamata” dalle più belle fila dello strumentismo centroeuropeo, con la immancabile componente di giapponesi: nel “bugiardino” del programma di sala solo un nome italiano, ai timpani, ma è pur sempre qualcosa. La seconda sinfonia di Beethoven, l’op. 36 è stata una scelta prudente. Per un ragazzo atletico e pieno di salute, agitarsi sul podio per suggerire a chi guarda, i complicati geroglifici con cui la musìca da immagine si fa suono, comporta contorsioni inutili, ma spettacolari. Se poi sei un bel ragazzo è anche una gioia per gli occhi. Per Nicolas, avendo a disposizione una splendida orchestra dall’amalgama tagliente, con fiati scolpiti nel cristallo, si è trattato quasi di seguire la strada di un Harnoncourt, con quelle caldaie di timpano che sembrano membrane di dinosauro essiccato che ti fan sussultare a ogni colpo.   Ma ricordiamo che per Beethoven questa era in realtà la vera prima sinfonia, e, come nel caso del giovane Verdi, c’è tutta la frenesia, il furore, l’ansia di spaccare tutto. Era Cioran che ricordava che con Beethoven, per la prima volta entrò nella musica la collera.  E di questo sentimento ostile, graffiante, irritante, il brano Nicolas è stato interprete molto convincente. Diversa la sua posizione nella prima parte della serata con quel Concerto con cui, nel 1850, Schumann inaugurava la sua collaborazione con l’orchestra di Dusseldorf. Senza neanche sapere quali fossero e posizioni base del violoncello, il musicista, celebrato nella recente Sagra Musicale nel segno della sua alterità, scelse questo strumento che meglio sa scrutare le profondità dell’anima per farne un puro veicolo di lirismo. Non ci sono i deliranti proclami pangermanisti, non la chiamata alle armi dei “compagni di Davide contro i filistei”. L’approccio con le corde del violoncello che strumento da “rappel aux armes” proprio non è, si articola in una raccolta e reclinante dolcezza, che canta come un Lorelay “spiaggiata” la sua ansia di tenerezza. Un tema sommesso, opaco, poi l’eloquio mai antagonista con una orchestra che, cose rara in Schumann, sa anche mormorare. Qui aspettavamo molto dall’arco di Altstaedt, e non siamo certo rimasti delusi. Seduto davanti all’orchestra Nicolas è entrato a bassa voce, con un timbro aromatico, mai squillante e un vibrato da violone barocco. Una pregevole tinta che, come dicevamo, aveva sapore e sentore di viola, un profumo allusivo, delicatissimo. Con il meglio che ci aspettavamo, quel momento particolare del “Langsam” centrale, dove l’ansia di smarrimento di Schumann allude a quella alienazione, a quella straneità da sé che è autentica condizione di modernità.  Peccato quel suo alzarsi dal sedile e sbracciare verso l’orchestra. Meglio sarebbe stato adottare un direttore, o lasciare i musicisti suonare da soli, per godere, noi e lui, di una necessaria concentrazione per gustare quel sentore di legno prezioso come il tronco di un viburno. A parte il “giocare a tennis” il risultato complessivo era magnifico. Con un fuori programma di un tempo lento di una Sinfona di Haydn, la tredici se non adiamo errati, con quel lunghissimo assolto di violoncello che Nicolas ha voluto suonare come un salmo recitato a bassa voce, una invocazione orfica alla serenità degli spiriti beati. Un bel concerto con il pubblico appagato e concorde. Ha ragione la presidente Calabro; la famiglia degli Amici della Musica cresce, si compatta, si fa comunità messianica verso le strade del bello. Trascinando nella sua pacata marcia anche il primo cittadino, Vittoria Ferdinandi, in prima fila col vicesindaco, l’apprezzatissimo Marco Pierini. Lui abituato ai fasti della Accademia Chigiana di Siena, ma convinto che qui a Perugia siamo agli stessi livelli, se non, forse, di più. La parte “cucinelliana” era garantita dal musicista di riferimento, Fabio Ciofini. Non rinunciamo all’idea che prima o poi si faccia vedere anche Brunello.

Stefano Ragni

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