A san Giuseppe artigiano tra chiari di luna e litanie pontificali.
Un bel concerto di “Omaggio all’Umbria” col coro “Santa Cecilia” della Cattedrale.

Foligno, 19 ottobre 2026
Difficile in un piccolo pomeriggio come quello di ieri, non segalato da particolari ricorrenze, godere di un così bel momento di musica. Nella elegante chiesa di s. Giuseppe artigiano, pochi ascoltatori, forse perché la gente ormai non sa godere delle belle occasioni che sempre sa offrire un festival di qualità come “Omaggio all’Umbria”. Da ventuno anni Laura Musella, non dimenticato soprano di bellissime qualità vocali, ha messo le sue facoltà al servizio della qualità, convocando nella nostra regione artisti di assoluto prestigio come Zubin Metha, Seiji Ozawa e Lorin Maazel. Con le loro orchestre, nel Duomo di Orvieto, realizza tuttora il concerto di Pasqua, trasmesso dalla Rai nella serata del Venerdì Santo, dopo la processione papale della Via Crucis. Si tratta di evento seguito in tutto il mondo, che proietta la immagine di uno dei più ben templi della cristianità, in paesi lontani, ma sembra che questo eccezionale evento che unisce fede, musica e architettura monumentale, sia sottovalutato da chi in Umbria dovrebbe occuparsi di cultura. Forse perché la “femme savante” folignate non appartiene a nessun schieramento politico e le risorse economiche, che in gran parte provengono dal competente ministero, deve cercare di implementarle volta per volta, concerto per concerto. Una fatica sempre sull’orlo delle spese, ricambiata solo dalla gratitudine del pubblico che, dall’altopiano di Castelluccio, alla cascata delle Marmore, dalle rovine di Carsulae al Bosco sacro di san Francesco, segue momenti irripetibili dove la musica si adagia anche sulla bellezza irripetibile della natura umbra, sempre generosa, sia che si ascolti un concerto nell’abbazia di Sassovivo, sia che si entri nell’oratorio barocco del Crocefisso, cuore celato dell’arte folignate.
Una carta “di riserva”, quando le economie si fanno più strette, Laura può giocarla sempre nella chiesa madre della sua parrocchia, san Giuseppe artigiano: qui l’apprezzato e amatissimo don Antonio, canonico lateranense, nell’adempimento della sua attività pastorale, offre ospitalità generosa e metta a disposizione quell’organo Pinchi che è trionfo di sonorità. È così che la domenica pomeriggio siamo andati a seguire un concerto che si presentava piuttosto scarno di evidenze. Invece le soprese ci sono state, eccome. A cominciare dal celebre “Panis angelicus” che la stessa Laura ha voluto cantare col coro, riportando alle nostre orecchie quel timbro che era seducente sin dagli anni del Conservatorio. Poi la corale “Santa Cecilia” della Cattedrale ha iniziato il suo percorso seguendo il suo direttore, Giorgio Barbi, in pagina prettamente liturgiche. Questo è il ruolo che la compagine canta nella Chiesa Madre folignate e queste sono le musiche più congeniali. Accompagnati dall’organista Luca Angelucci ecco la sequenza di brani di Miserach, Frisina, con il conclusivo testo di papa Giovanni XXIII. Ma la vera sorpresa è stato il pezzo di Domenico Mustafà, cantore evirato tra gli ultimi della storia. La mutilazione, col consenso della famiglia, avveniva in comunità povere e ignoranti ed era tollerata, se non secondata dalla chiesa. Mustafà era nato a Sterpare di Sellano nel 1829 e avviato forzatamente al canto: avere una bella voce poteva essere la disgrazia di un fanciullo. Trasferitosi a Roma, nel 1848 succedette al celebre padre Baini alla guida della Cappella Sistina. Nel ’78 ne divenne maestro perpetuo, per poi ritirarsi a vita privata a Montefalco, dove si spense agli inizi del secolo. Nel castello di Postignano, magnificamente restaurato, è stata osta una lapide a ricordo di un musicista che fu stimato anche da Verdi. Triste primato, ma memoria di un compositore che fornì alla cappella Sistina, il massimo coro della cristianità, una musica molto acclive ai modelli del coevo melodramma, come che il pezzo che abbiamo sentito, turgido e carnale. Una rarità di cui siamo grati ai cantori ceciliani. La sonorità della chiesa, alto soffitto senza diramazioni laterali, consente di raccogliere i suoni con generosità, senza eccessi di risonanza, e questo mette nelle condizioni di godere di un impasto corposo, ma sempre nitido. Ne guadagna anche l’ampio spettro espressivo dell’organo Pinchi che è stato sollecitato dallo stesso Barbi nella riproduzione di un brano del tutto inaspettato, il “Clair de lune” di Debussy. Proposta insolita, effetto sorprendente sentir fluttuare i versi di Verlaine, “masque et bergamasques” fantasmi sonori che lievitavano nello spazio ecclesiale senza timore reverenziale, puri lacerti di evanescenze e di spiriti sognanti. Il maestro Barbi poi ha fatto riquadrare il cerchio con un toccante pezzo di Claude Alain, musicista francese morto ventinovenne nel 1940 e ricordato come coloro che sacrificarono le loro giovani vite per la “Patrie”. Considerando quello che vediamo oggi ci chiediamo se ne sia valsa la pena. Le sorelle, Marie Claire Alain, oltre ad esser stata famosissima, ha anche passato la vita a suonarne le musiche. Lo sfortunato musicista aveva scritto il suo capolavoro, “Litanies” nel 1937: motociclista disarmato, affrontò i tedeschi solo col suo coraggio. Oggi i “casseurs” vandalizzano e distruggono, impuniti. Qualcosa nella nostra storia non ha funzionato.
Stefano Ragni