A palazzo Gallenga la classe di canto da camera del Conservatorio di Filippo Farinelli.
Una lezione di stile per il pubblico AGiMus

Perugia, 30 maggio 2026
Un singolare appuntamento quello di ieri pomeriggio a palazzo Gallenga in attesa della serata in san Pietro con gli americani della Julliard. Chi è venuto nell’aula magna non si è pentito. Si trattava di ascoltare gli elementi che compongono la classe di canto da camera di Filippo Farinelli, un pianista atto ad ardite incursioni nel campo della musica contemporanea con le sue eclatanti presenze nei concerti di Opificio Sonoro. Ha una mano molto “informata” ha un bel suono, una bella tecnica e una sperimentata lucidità. Quando ha deciso di porre le sue esperienze al servizio dell’insegnamento, il Morlacchi ci ha guadagnato un magistero molto aperto e una visione del repertorio di studio aggiornata alle estreme conseguenze. Il fatto che poi il nostro Conservatorio sia al momento piuttosto frequentato da studenti di mezzo mondo ha consentito a Farinelli di adottare soluzioni “in lingua” che rendono al massimo fruibile le sue realizzazioni didattiche. È così che, come in un piccolo festival di musica contemporanea si poteva ascoltare, in appena un’ora e un quarto una silloge di musiche del Novecento storico accostate a due momenti di rarissima contemporaneità. Partiamo dall’inizio. Perché, quando si tratta di Liederistica e di liriche da camera, i poeti hanno la loro buona parte. Joseph von Eichendorf è il poeta della visionarietà, dello spazio della fantasia, della visione onirica e dell’appagamento delle gioie della vita. Quando lo scoprì Schumann, in pieno turbinare dell’età del romanticismo ne nacque “Liederkreis”, un ciclo vocale del 1840 che viene considerato tra i capolavori del genere. Il soprano russo Anna Drappova ne ha cantati solo cinque brani, ma si è fatta molto apprezzare nel porgere una liricità che faceva sgorgare, dalla contemplazione degli elementi naturali, il bosco, il tramonto, la luna, il prato fiorito, quella intensità di emozioni condivisa dalla buona borghesia europea, il mondo “Biedermeir” che intorno alla tastiera del pianoforte trovava emozioni e risonanze interiori da rievocare, poi, nei sogni notturni. Alla brava Drappova è toccato poi il compito di chiudere il concerto con i deliziosi “Canti zigani” op. 55 di Dvorak, certamente la parte ludica e piacevole dell’appuntamento. Ma prima di lei la cinese Yixiao Li ci aveva irrorato di aromi floreali nel ciclo di “Deità silvane” di Ottorino Respighi. Una musica difficile, liquescente, molto tesa nella ampia vocalità risolta benissimo dalla elegante interprete. Anche la lingua è complessa, perché il poeta Antonio Rubino la rivestì di assonanze e agglutinamenti che da soli fanno già una bella melopea. Era il 1917 e Respighi, bolognese, nei fauni, nelle ninfe nelle acque e nel crepuscolo, evocava le fontane romane di Villa Borghese, che tanta parte avrebbero avuto anche nella sua successiva produzione. Un mondo invetriato, insincero, ma fluttuante di sensualità, così come ha saputo riprodurlo la brava Li.
I due momenti forti del concerto erano al centro del programma ed erano affidati al baritono russo Eugene Polyansky. Chi meglio per addentrarsi tra una delle partiture meno conosciute, forse una “prima italiana”, di “At turming point” di Edison Denisov. Musicista sovietico che dovette esordire con l’opera sui soldati russi, ma che ebbe il tempo di assaporare l’aroma della “distensione”, prima di sparire nel 1996. La sua è una musica fiori degli schemi: non è seriale, è ancora tonale, è libera come quella del suo maestro Shostakovic, e ne, se possibile, ancora più cupa. Polyansky si è addentrato nei meandri ctonii in cui lo attirava il pianoforte di Farinelli, come una voce di Ulisse sommerso davanti all’isola misteriora. Non c’era scampo per nessuno, perchè le poesie sono quelle di Osip Mandel’stam, “Pietra”, raccolta del 1913. Simbolista, poi “acmeista”, visse la Rivoluzione russa senza avvedersene. Se ne accorse Stalin che lo mando in campo di concentramento dove fu inghiottito nel 1936. Poeta “per poeti” Mandel’stam è roba di un prezioso tale che non poteva essere tratta che così. Un po’ attoniti da questo ascolto nel corso del quale Farinelli ha fatto ruggire la tastiera così come sa fare lui, più tardi abbiamo apprezzato Eugene nel ciclo di sei poesie su testi inglesi del citato Shostakovic. Le aveva tradotto in russo Pasternack e quindi sono un concentrato di umori che vanno dalla balla dell’impiccato, alla bambina che era meglio che non nasceva, alla canzone dei compagni del re, al Sonetto in cui Shaskepeare, schifato dal mondo politico che lo circonda, dichiara di non suicidarsi solo per amore del suo prezioso amico. Qui abbiamo apprezzato il senso della musica con cui Farinelli a fronte di un pianismo acrobatico e densissimo, ha lasciato al suo giovane discepolo lo spazio per esprimersi al meglio. Voci ben educate, giovani interpreti molto partecipi.
Concerto serissimo, importante, ben condotto e molto apprezzato.
Stefano Ragni
