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In Paradiso con il concerto finale degli Amici della Musica.

San Pietro delle beatitudini: “La Creazione” di Haydn con i cantori di Yale e la orchestra Julliard 415

Perugia, 30 maggio 2026

Chiudere in estasi, con un trionfo di bellezza, di commozione e di entusiasmo. Ieri sera si è rinnovato il momento di grande umanità con cui i soci degli Amici della Musica si sono ritrovati concordi e partecipi in una comunità dai contorni bene definiti: tra noi vige una antica regola, che il bello si unisce al “bene”, il vetusto, ma mai dimenticato “kalos kai agathos” dei filosofi greci. Raramente come in questo concerto di ieri sera, ogni ascoltatore si è sentito fratello di chi gli sedeva vicino, in una concordia rara, trasmissibile, da riportarsi a casa gelosamente. Non è la prima volta che   l’oratorio di Haydn risuona sotto le volte di san Pietro. La Sagra musicale Umbra di Francesco Siciliani portò “La creazione” nel 1947, nella sua prima edizione nell’Italia democratica, con la direzione di un grande maestro come Jonel Perlea e le voci di Gabriella Gatti, Petre Munteanu e Boris Kristoff. San Pietro, la Betlemme della musica perugina, iniziava la sua grande avventura internazionale. Ma ieri sera era diverso. A cominciare dai cantori che si erano distribuiti dietro le colonne delle navate e sullo spazio di ingresso. Qualcuno molto accorto, si era subito reso consapevole della capacità della basilica sublacense di porsi come risuonatore acustico eccezionale e ha deciso di adottare una soluzione spaziale fuori del comune. Ma non si capiva perché l’orchestra Julliard 415 continuasse    a suonare disordinatamente e il maestro non entrasse. E infatti Grete Pedersen, la artefice della serata, è salita sul podio di soppiatto, senza applauso. Il chiasso continuava, e la gente parlottava. Poi, improvvisamente, e ormai avevamo capito, l’orchestra americana ha lanciato i suoi solenni richiami tonali. Era cominciata “La creazione” e Haydn, in questa celebre pagina descriveva il Caos primordiale, quello che i giovani strumentisti americani avevano verosimilmente evocato col loro disordine. Trovata simpatica, geniale, accattivante. Perché in questo concerto, certamente memorabile per tutti, la cifra connotativa non era la musica, che tutti conosciamo, ma il modo di porgerla. Perché Julliard 415 è una formazione che suona strumenti “storicamente” informati, cioè cerca di eseguire in maniera filologica, anche se sentiva una specie di tastiera elettronica che accompagnava i cantanti. E il coro della “Schola cantorum” di Yale sponsorizzato da “Institute of sacred Music” è formato da voci capaci di porsi anche come solisti nel corso dell’oratorio, una condizione performante che rende gradevole al massimo la risposta di simpatia del pubblico che non può che ammirare le capacità delle voci dei ragazzi. Il tutto rispondeva al gesto plastico, efficace ed elegante di questa lunga signora norvegese, una stella della coralità scandinava, approdata al di là di Terranova con una formazione fisica che vanta l’uso della vela, il calcio femminile, la teologia, oltre che un cavalierato reale di s. Olof. Il fatto è che i suoi antenati vikinghi in America c’erano arrivati molto prima di lei e con problematiche diverse. Questo forse il motivo di tanto entusiasmo   per noi “vecchi” europei: questa Creazione sanpietrina era qualcosa di nuovo, perché emessa da nuove sensibilità da generazioni che sono nate in latitudini diverse e che filtrano come “musica pura”, combinazione di suoni gioiosi, da godere nella loro assoluta relazione con i ritmi dinamicamente distesi. D’altra parte, la Creazione è avvenuta in sei giorni, come ricordava spiritosamente un ragazzo che si muoveva tra le navate con i relativi cartelli che indicavano la scansione della operosa settimana.

Suonavano bene questi ragazzi, con archi elastici e tesissimi e fiati corposi e imperiosi. Accompagnavano e incitavano i cantanti, distribuiti nei tre ruoli vocali i loro colleghi che si alternavano come Arcangeli creatori, Uriel, Gabriel e Raphael. Ed erano Isabel Barbato, Eden Bartholomew, Gwendoline De Laney, Samuel Dentler, John Richardson, Matthew Dexter e Lucas Zuehl.  Tutti giovani con vocalità tra saettanti Zerline, aitanti Tamino, eleganti Papageno e nobilissimi Sarastro. Perché la musica è quella austrotedesca sponsorizzata da Giuseppe imperatore e dal bibliotecario aulico van Swieten. Dotare la nazione germanica di una sua musica vocale e liberarsi dal dominio della levigatezza metastasiana. Ci riusciranno tra poco, con Beethoven. Nel frattempo, la signora Pedersesn, all’inizio della terza parte ci annuncia che lei, la faccenda che nel Paradiso terrestre appena configurato Eva debba seguire Adamo, proprio non le sta bene. Ed ecco che nel segno di una raggiunte eguaglianza tra le parti, cosa da noi occidentali pienamente raggiunta, nessuno segue nessuno, e siamo tutti eguali, per dimostrarlo ci fa annunciare che ascolteremo, inserita tra i numeri vocali, la Sequenza che Luciano Berio dedicò a Cathy Berberian. Nello stupore generale, l’orchestra tace e si fa avanti una ragazzina che, per sette minuti, borbotta, schiocca la lingua, insuffla l’aria, e la rimette schiumando. Era il momento della Musica Sperimentale e si voleva portare la voce ai suoi limiti estremi: per molti è una sorpresa, per noi un effetto piacevole. Resta la sorpresa per questa bella esecuzione realizzata con formazioni del tutto giovanili. Probabilmente dobbiamo considerare che questi giovani musicisti americani vengono da una civiltà che, nel 1798, anno in cui Haydn, “doctor honoris causa” a Oxford, stendeva il suo capolavoro, il presidente John Adams, il 7 marzo del 1797 era appena succeduto a Washington. Solo bel 1801 il presidente Jefferson avrebbe scoperto la Ville Palladiane e portato il modello alla Casa Bianca. Oltre a una nutrita manciata di musicisti a fiato per la sua Band One, i mitici marines. Nel frattempo, Napoleone cominciava a percorre la penisola, impiantando repubbliche e saccheggiando i musei. La risposta di Haydn fervente cattolico, al penitenziale “Paradiso perduto” di Milton ha una freschezza che è condivisibile da chi ha il fuoco nelle vene perché giovane e smanioso. Poi c’è la componente della operosità, della costruzione di un mondo migliore. Era il sogno americano, ma Hadyn, libero muratore confesso e professo la esaltava con una musica solare e progressista che troverà i suoi esiti messianici nell’Inno alla Gioia di Schiller-Beethoven. Capitolo finale di una evoluzione verso la eguaglianza e la democrazia che Haydn sa cantare con gli accenti della semplicità e della verosimiglianza.   

Stefano Ragni

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