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A san Francesco “Cantando la Pasqua” con la Fondazione Cassa di Risparmio e la Filarmonica Luporini di san Gennaro.

Il grande affresco musicale di monsignor Frisina e la bacchetta di Lazzeri

Lucca, 29 marzo 2026

Stavolta il tradizionale concerto di Pasqua che si svolgeva in san Francesco, uno di templi massimi della cristianità lucchese ha assunto il tono particolare di una Sacra Rappresentazione. Ce ne aveva avvertiti Fabrizio Michelini, il narratore della Filarmonica, quando in questo pomeriggio delle Palme ci chiedeva di pensare alla musica come una forma di riflessione e di preghiera: ogni componente della Luporini ci invitava a vivere lo svolgimento del concerto come un percorso interiore e a riflettere sulla capacità che ha la musica di portare la luce anche nei momenti più oscuri della nostra storia. E i tempi che stiamo vivendo non sono dei più luminosi.

Si sta celebrando l’anno francescano, otto secoli di storia e di umanità, e il concerto di ieri aprivano di fatto le manifestazioni che la Fondazione Cassa di Risparmio dedica all’evento. Un cartellone di incontri spalmati per tutto l’anno, con il concerto della Luporini che ne era la sontuosa apertura. Lo stesso presidente della Fondazione, Massimo Marsili, ha esposto luoghi e tempi, ricordando innanzi tutto come ci trovassimo in un luogo che prima dell’innalzamento dell’attuale spazio quattrocentesco, custodiva già le testimonianze della autentica predicazione francescana.   Le tracce del primo insediamento dell’ordine risalgono al 1228, ha ricordato Marsili e fu sede subito di un vero e proprio “Studium” che ospitò tra le sue mura probabilmente anche frate Vita da Lucca, il maestro di canto di Salimbene da Parma, uno degli autorevoli agiografi francescani. Trattandosi di una occasione così particolare lo storico maestro della Luporini, Giampaolo Lazzeri, non poteva che individuare un percorso musicale inerente all’alveo della musica ispirata alla vicenda terrena e umana del Serafico. Ecco, quindi, la apertura con una partitura originale dell’austriaco Thoma Doss, una “Canzone di Francesco”, una riuscitissima innodia dalle movenze polpose che ha subito evidenziato il grado di maturità esecutiva raggiunta dalla Filarmonica di san Gennaro, uno dei polmoni più generosi della musica toscana. La parte più cospicua del concerto era rivestita da una riproduzione dell’oratorio “Il tesoro e la sposa” che monsignor Marco Frisina, nome di eccellenza della musica vaticana, ha dedicato al rapporto tra Francesco e la Povertà.  Si tratta di un grande momento di catechesi che due anni fa coinvolse tutta la famiglia francescana toscana in un memorabile concerto tenuto a Firenze a santa Croce, sotto la direzione dello stesso autore. Immancabile l’appuntamento tra il monsignore che guida la comunità corale della Diocesi della capitale e il maestro di Pontedera che attualmente è a capo della grande famiglia delle bande italiane, circa millecinquecento complessi per un totale di oltre settantamila anime distribuite su tutto il paese. In particolare, Frisina e Lazzeri, legati anche dalla forte esperienza di Delianova, la città calabrese dove si esperimenta la “vita di banda” come strada alla legalità, hanno già registrato forti momenti di collaborazione, tra l’altro con la stesura per complesso di fiati delle musiche per la “Divina Commedia”, più di duecento musicisti qui a san Francesco nel 2013 e poi  a san Giovanni in Laterano.  Ormai avviato a un evidente progetto di personale “canonizzazione” Lazzeri ha messo mano all’oratorio francescano di Frisina per trarne quella linfa vitale che sa trasformare la corda dei violini nel fremito di un’ancia. Un percorso difficile che solo chi è musicista può valutare: occorre mente fervida, mano felice, forte esperienza, capacità immaginativa e, soprattutto, tantissime ore di lavoro. Nel piccolo, luminoso studio della casa di santa Maria a Monte Lazzeri ha compiuto la alchimia e ha trasformato l’orchestra sinfonica nella lussureggiante foresta dei fiati, dando nuova vita a una partitura che, soprattutto in questo anno merita  di essere ascoltata nella pienezza del suo messaggio. Frisina, con i modi della  coralità diocesana che gli sono propri ha realizzato un bellissimo affresco   dallo spessore bruckeriano, stendendo un testo poetico di forte pregnanza evocativa, ma anche di intensa spiritualità  Articolato in tre sezioni l’oratorio evoca la meditazione de la Verna e il Sacrificio della carne compiuto tra quegli scogli,  esalta l’unione mistica fra Francesco e la sua Sposa, la Povertà, affidando al coro il ruolo stesso di Cristo, e mettendo in musica anche il Cantico delle Creature nella sezione finale  della partitura, la  accettazione delle Stimmate. Un percorso bellissimo che ha usato le voci di due solisti nei ruoli del Santo e di frate Leone, uno dei primi compagni della predicazione. Ed erano Simone Barbieri, sacerdote livornese, e Matteo Vizzani, una delle voci di punta della Diocesi di Roma, abituale collaboratore di Frisina, e testimone di una intensa partecipazione al testo. Accanto alla Luporini, in stato di grazia e perfettamente calata nella importanza dell’evento, cantavano tre cori, la Cappella Musicale della Cattedrale e la corale “san Ginesio” di san Miniato di Pisa, dirette da Carlo Fermalvento, la corale “San Ginesio” e il coro Montughi di Firenze, diretto da Enrico Rotoli.

Difficile dopo questo coinvolgente percorso narrativo andare oltre. Ma il maestro Lazzeri ci invitava a prendere fiato e a passare con la Luporini altre dieci minuti. Ne valeva la pena, perché la versione che ci ha offerto della sua orchestrazione del “Fratello sole, sorella luna” che Riz Ortolani scrisse sul testo del presbitero Jean Marie Benjamin è tra le cose più interessanti che potessero scaturire dalla nuova impaginazione di un prodotto che, anche dopo la elaborazione di frate Gennaro Becchimanzi, ha veramente intasato le orecchie dei credenti e dei non-credenti. La musica è solluccherosa, come piaceva a Zeffirelli per il suo film d Francesco. Ortolani lo ha esaudito ricorrendo alla fonte della laude francescana cortonese e togliendo alla meditazione del Padre Serafico tutta la asprezza della sua predicazione. Ma Lazzeri è l’uomo “di punta” della memoria di Luciano Berio e il “profeta” della sua presenza tra noi: ecco allora che da queste esperienze scaturire una introduzione di vibrafono, ottavino e flauto in sol: è un impasto che sa di musica trobadorica e di “blues”, ha il sapore del passato ed è scintilla di modernità. Quando poi nella perorazione finale si passa alla brusca modulazione sul “re maggiore” la musica sale tra “la lune e le stelle” del Cantico in una eroica e orgogliosa affermazione di umanità e di fiducia nella forza del Creato. Questo il Francesco che amiamo, l’Alter Christus delle profezie Gioachimitiche, un pensatore che ha sconvolto i ritmi della umanità per imprimerle un passo migliore. Anche in un percorso difficile come quello di oggi.

Stefano Ragni

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