L’ultimo saluto di Spoleto a Michelangelo Zurletti.
Il Lirico Sperimentale onora il musicista che lo ha guidato per quarantuno anni accogliendo le sue ceneri.

Spoleto, 1° aprile 2026
Sabato mattina il presidente del Lirico Sperimentale, Roberto Calai e tutto il personale della istituzione accoglieranno le spoglie mortali di Michelangelo Zurletti, il musicista che per quarantuno anni è vissuto nella città ducale. Una cerimonia che sarà sottolineata dalla presenza del sindaco e di esponenti della Giunta, segno tangibile della profonda traccia umana e culturale che il musicista piemontese ha lasciato nel tessuto connettivo della comunità.
Vivere tanti anni in un centro toccato dalle più felici iniziative musicali e volerci restare anche concretamente testimonia di quanto il maestro Zurletti fosse legato alle pietre di questo borgo forte e orgoglioso la cui storia gronda di personaggi, di eventi e di realizzazioni. Sarà infatti la società di cremazione “Luigi Pianciani” a farsi carico della accoglienza: un nome caro al Risorgimento, uno dei primi sindaci di Roma liberata, un esponente della democrazia mazziniana ed esponente del Grande Oriente d’Italia. La Grande Storia che si salda alla attualità nel segno di una laicità e di una visione aperta a tutte le dimensioni dell’umanità.
Questo è il modo giusto di onorare un uomo che ha amato Spoleto e l’Umbria con affetto discreto, signorile, ma incondizionato. La sua presenza era elegante, misurata, improntata a una sobrietà “subalpina”, ma gli effetti della sua presenza saranno duraturi. Di questo ci ha dato conferma il suo successore, Enrico Giradi, il musicologo e giornalista che Zurletti si era affiancato nella condirezione del Lirico, segno anche questo di volontà di assicurarsi una successione garante di quarantuno anni di conduzione delle vicende musicali della istituzione che quest’anno festeggia il suo ottantesimo di attività. Zurletti arrivò a Spoleto preceduto dalla sua fama di critico musicale caustico e pungente: le sue cronache pubblicate sulle colonne della neonata Repubblica, facevano sempre scalpore, a colpivano senza sconti potenti e blasonati. Ma dietro questa penna “alla Baretti” c’era una forte sostanza culturale che, nel corso degli anni, si manifesterà nell’insegnamento della storia della musica nei Conservatori di Pesaro, Perugia e infine Roma. C’erano anche tanti libri e saggi pubblicati: tra i più eminenti la monografia su Catalani e il volume sui direttori d’orchestra, ancor oggi agevolmente attuale. Il suo arrivo nel 1984 alla direzione lo ricordiamo come un uragano. Si usciva da una conduzione episodica, legata ai ritmi della musica romana che emanava dal teatro dell’Opera, così come era stata inizialmente pensata dal fondatore, Adriano Belli. Col successore, il figlio Carlo, entrò un’aria nuova, più creativa, anche, se vogliamo, desiderosa di nuove avventure. Era il 1984 e fu subito innovazione. Curare la preparazione dei cantanti vincitori non soltanto in vista del debutto settembrino, ma estendendo la loro formazione a una complessità di componenti molto utili ad affrontare le competenze di chi affronta un palcoscenico. Quindi la Lideristica, il canto tedesco, necessario a una comprensione culturale del testo, l’intermezzo settecentesco, vera scuola di atteggiamenti vocali e corporei e la musica dei nostri giorni, che, allora, era quella Sperimentalismo dei Donatoni e sodali. Poi, intuizione epocale, quella della presenza di registi dai forti connotati, Gregoretti, Pressburger, Proietti, Paolo Rossi, Giorgio Bongiovanni, solo per citarne alcuni. Da qui ramificazioni di pregnante efficacia, il Concorso Orfeus, per nuove produzioni, l’Arte della fuga di Bach esaltata nella sua modernità da Luciano Berio e soci. Con l’affiancamento dal 1987 di Claudio Lepore alla direzione della amministrazione ci saranno le nove tournées in Giappone, portando il teatro spoletino nella sua interezza, centotrenta persone, tra coro, orchestra a maestranze. Con incassi economici a dir poco strabilianti.
Debilitato da una difficile condizione di salute, ormai ridotto alla sedia a rotelle, come lo avevamo ultimamente salutato al teatro Nuovo, Zurletti aveva seguito la famiglia a Brescia, ma la sua parte migliore era rimasta qui Umbria: il desiderio di rimanerci per sempre era stato espresso esplicitamente e il presidente Calai, realisticamente, ha escluso soluzioni che ricalcassero le strade seguite per inumare Thomas Schippers in piazza Duomo. Inutile imitare il festival dei due Mondi e immaginare una scelta di carattere minoritario che avrebbe creato una imbarazzante scala di valori. E poi un teatro non è un cimitero. Ecco quindi una soluzione laica, la Società Pianciani e la scelta “illuministica” per onorare chi tanto ha fatto per la musica umbra.
Stefano Ragni
