Al Pavone gli Amici della Musica: il Quartetto Armida apre il suo ciclo schubertiano con “eroici furori”

Perugia 28 marzo 2026.
Sarà forse il clima che si respira in questo ottantesimo anno appena iniziato, ma gli Amici della Musica senza qualche bel progetto celebrativo non ci sanno stare. E stavolta, dopo tanto Beethoven, più di una volta, Bartok e finanche Schoenberg si è andati a pescare nel “mare magnum” di Schubert. Anche se non si tratterà di una autentica “integrale”, ma solo di una bella collazione di cui si sono fatti carico i componenti del Quartetto Armida, che poi è quella di Tasso, ma mediata dall’opera di Haydn. Singolare scelta per un complesso tedesco che ha preso il suo primo riconoscimento nel 2012, ma si è formato nel 2006, quando ancor ai suoi componenti erano veramente giovani. Ora, al Pavone, li abbiamo ascoltati in una formazione provvisoria perché il secondo violino, Johanna Staemmler è incinta. Cosa di cui siamo estremamente felici. La sostituiva Wojcieck Koprowscki che si univa alla “spalla” di Martin Funda, alla viola di Teresa Schwamm-Biskamp e al cello di Peter-Philipp Staemmler in un equilibrio che non ha fatto una grinza in termini di organizzazione del suono e di equilibri timbrici. Due le opere proposte e potevano sembrare poche, ma la durata del secondo pannello, il diciannovesimo e ultimo Quartetto, l’op. 161 vecchia numerazione, cinquanta minuti da solo, ha fatto cifra tonda. Bilancio molto positivo di un appuntamento che, per forza di cose, ha unito due pagine di differente caratura. La prima, il nono dei Quartetti, un sol minore D 173 del 1815, serviva solo a fare da sfondo necessario a un progetto che deve pure evidenziare una evoluzione. Potremmo definirlo aurorale, questo piccolo scampolo nella tonalità del Mozart della Sinfonia K 550. E mozartiane sono le movenze, gli scatti tematici, le piccole unghiate di tenera energia. Ora, a Vienna, la Mecca della musica “classica” c’era in circolazione Beethoven coi suoi ruggiti. Il tentativo di Schubert voleva esser “salvifico”: conciliare la collera del grande ospite tedesco con le sinuose dolcezze del salisburghese, ancora visto come una icona “benevola”, magari da declinare con gli umori rossiniani che Schubert conosceva già da fortunate, rapsodiche incursioni. Oltretutto Schubert viveva ancora sotto la tutela del magistero di Salieri ed era disperatamente a caccia di pubblicazioni. Ma nessun editore se lo filava. La pagina ha comunque il suo fascino, ha carattere, e anche difficoltà che il primo violino è sembrato voler trascurare. Mai sottovalutare gli esordienti. Poi ci saranno il Rosamunde e la “Morte e la fanciulla”, mentre nel cassetto bolliva l’erma dell’Incompiuta. Immutata la situazione con gli editori, ma per l’autore si era prodotto quel “brivido” di cui parlava Adorno in un suo celebre saggio del 1969: da un “cratere rimbombante” emergono sottili figure di lava pietrificata che alzano le loro braccia verso il “cammino delle nuvole eterne”. Un “dire” e uno scrivere difficile, che il filosofo del Neo-Illuminismo usava per collocare Schubert in un contesto che avrebbe potuto relegarlo in una dimensione Biedermeier se non lo avesse riscattato a suon di articoli, lo Schumann antifilisteo. Una bella prova di forza per i giovani ospiti tedeschi che sono ancora alla ricerca di una loro autorevolezza, ma hanno già le credenziali per meritarsi il nostro ammirato rispetto. Ora anche il violino di spalla ce l’ha messa tutta per brillare, a cominciare da quell’enunciato iniziale maggiore-minore che viene dalla Nona Sinfonia di Beethoven, che certamente Schubert aveva ascoltato. D’altra parte, l’autore, non più intimidito dal modello, aveva cominciato a scolpire la “sua” Nona, quella cosiddetta “Grande”, che è veramente ciclopica. Ecco quindi gli Armida, farsi risoluti, propositivi e “assatanati” nel descrivere questa grande vicenda narrata in un Quartetto che assume le medesime posizioni dell’op. 131 di Beethoven. Sono proprio questi accordi “alterati” iniziali che aprono la ermeneutica adorniana a una riflessione quasi sconcertante: con questo primo tempo di Quartetto Schubert ha compiuto il passo verso il buio, addentrandosi verso la funzione demoniaca della profondità. Tutto il primo tempo di questo turbinoso Quartetto è un’autentica corsa verso il vuoto, evocato come una forza attrattiva da “buco nero”. Raramente quattro archi riescono a produrre una emozione tanto intensa e abbiamo percepito nel folto pubblico che occupava la platea del” teatro “dei nobili” una emozione fortemente condivisa. Un pochino tranquillizzati dalle atmosfere dell’Andante, un mi minore malinconico, che ha visto il violoncello del giovane Peter-Philpp avvitarsi alle volute ancora rabbiose del primo violino. Poi quei “tremolo” frequenti, come brividi insoddisfatti, ci ricordavano ancora quella inquietudine iniziale che è ricomparsa nella affannosa giga finale, emulsionata con ferocia da un Armida ormai lanciato in uno stato di grazia da rotolamento “faustiano” verso le abissali profondità ctonie. Saranno le suggestioni delle letture adorniane, ma questo Quartetto di Schubert è tra le cose più belle che gli Amici della Musica avrebbero potuto proporre. Il suono degli Armida è bello, penetrante e sa di “modernità”. Non vediamo l’ora di riascoltarli, ma passeranno alcuni mesi per il secondo pannello del ciclo. Pazienteremo.
Stefano Ragni
