
Un pubblico col fiato sospeso per un pianista che ha saputo affascinare una platea densa e coinvolta. L’occasione era molto partecipata perché si trattava della cerimonia con cui annualmente viene ricordata la figura del presidente Franco Buitoni. Da quando Mitsuko Uchida in san Pietro suonò per le sue esequie nel corso di una cerimonia che acquistava già allora un valore molto particolare, oggi ripensare a un uomo al quale tutti dobbiamo molto è un momento importante per ricordare quanto la Associazione della Musica sia realmente un valore cittadino. Dal 1946 la associazione, che fu la prima a sbocciare nella Perugia liberata e avviata alla democrazia, ha inanellato ottanta anni di manifestazioni nel segno della libertà della qualità e della condivisione, avvolgendo di musica tutta la nostra generazione. Qualità, ma anche decoro, senso della misura e affetto, guadagnati sul campo da un uomo sempre discreto, affabile, che ha saputo conservare la sua dignità anche quando venne avvolto dal dolore di una malattia debilitante. Vorremmo dire di una condotta improntata a un’etica kantiana del dovere, della responsabilità verso la collettività, della misura di emozioni sempre filtrate da una visione estetica indirizzata al bene comune. Che, in questi tempi, vuol dire soprattutto assunzione di ruoli di comportamento atti a coinvolgere le generazioni più giovani, una platea senza la quale la musica cosiddetta “colta” può benissimo rischiare di scomparire. L’altra mattina, casualmente abbiamo incrociato una comitiva di giovanissimi che, in piazza Grimana, salivano vociando su un autobus di linea. Li accompagnavano le insegnanti che ci hanno parlato di una fascinazione vissuta qualche mezz’ora prima al teatro Morlacchi. Si trattava di uno spettacolo mattutino per le scuole che gli Amici della Musica avevano affidato a Debora Contini, Simone Frondini e Stefano Olevano. E i ragazzi erano molto contenti di quanto avevano vissuto. Segno che colei che ha seguito Franco Buitoni nel delicato incarico di presidenza, ha preso molto sul serio il suo impegno. Non è casuale che il sindaco Ferdinandi abbia insignito Anna Calabro della dignità di cittadina onoraria per la serietà con cui svolge i suoi ruoli. Gliene ne diamo atto, anche alla luce del recente concerto del Pavone, con l’Orchestra Giovanile perugina accompagnata dalle letture di Debora Contini. E cogliamo l’occasione per ricordare che sabato 14 ai Notari ci sarà ancora una favola musicale per giovanissimi, con “Pinocchio disegna la musica”.
Certo il pomeriggio di sabato scorso aveva una densissima patina accademica, perché il pianista convocato al Morlacchi per la commemorazione del presidente Buitoni è un bel nome del concertismo internazionale che si segnala anche per i suoi meriti verso la commemorazione del ricordo di Auschwitz e i concerti su Twitter per il lockdown. Insomma, un artista non ancora quarantenne che si è ritagliato, soprattutto negli Stati Uniti, un suo spazio molto apprezzato dalla critica. Per il suo debutto perugino aveva scelto un Beethoven in “fa minore”, l’op. 2 n. 1 e l’Appassionata. Ha sorpreso e in certa misura affascinato il suo pianismo liquido e vaporoso, una tecnica di emissione quasi “saponificata”, capace di dissolvere in pulviscoli profumati anche le ruvide enunciazioni, con un continuo alleggerimento delle componenti dinamiche, spesso appena accennate. Abbiamo ammirato la “furbizia” con cui ha eluso il temibile arpeggio spezzato della enunciazione dell’Appassionata. Dove molti calcano la mano e ci rimettono le penne, il disinvolto russo naturalizzato tedesco, ha fatto come una piroetta, e, “voilà”, ha saltato l’ostacolo. Certo non tutti concordavano su un Beethoven che sapeva tanto di Ravel, ma la comunicativa era semplicemente emozionante. Tutti d’accordo per i Nachtstucke di Schumann con cui si apriva la seconda parte. Non li conosce nessuno, tanto ne è misteriosa l’ispirazione legata a visioni di cadaveri, feretri e marce lugubri. Succedeva così, nell’età romantica a chi si infatuava di letture di Hoffmann: solo nel quarto pannello la tensione tumultuosa si placava in una visione rasserenata di cui Levit è stato veramente impareggiabile evocatore. Attesissima la Terza Sonata di Chopin misurata in un riverbero di sonorità fluide, con una bellissima timbrica spesso avvolta da una pedalizzazione più che generosa, ma efficace. Certo è difficile dire qualcosa di inespresso in una pagina suonata mille volte, ma ogni tanto si ha voglia di capolavori da riavvolgere come un arazzo incantato. In questo Levit è stato semplicemente magistrale. Ricordandoci, con lo Schumann sognante del fuori programma il motivo per cui eravamo al Morlacchi. Una musica del ricordo che non era rimpianto, ma desiderio di farsi partecipi di un comune destino. Quello di comunicare un commosso ringraziamento a chi ha fatto tanto per noi.
Perugia 03 marzo 2026
Stefano Ragni
