Alcune considerazioni sul “Trovatore” di Villa Boccaglione.

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Una realizzazione di vita associativa e di amore per il territorio

Bettona, 15 luglio 2026

In una sua lettera Verdi dichiarava: “Quando andrai nelle Indie all’interno dell’Africa sentirai il mio Trovatore”. Nella sera di venerdì dieci, sullo sfondo della Villa del Boccaglione a due passi dal Tevere, sotto le stelle, dominati dalle mura di Bettona si è svolto un autentico rito popolare che ha dimostrato come nell’epoca della globalizzazione, del rock, del pop, del rap e del jazz a tutto decibel, la musica di Verdi abbia assunto ancora un valore di umano capace di coinvolgere più di settecento ascoltatori. Disposti a sfidare questo caldo africano che ci sconvolge testa e mente, ma ci rende ancora capaci di esprimere e attestare la nostra umanità. Sappiamo tutti chi era Verdi, un arcitaliano nato nella zanzariera della pianura padana, in quelle terre insalubri che Giulio Cesare aveva assegnato ai suoi legionari, i veterani delle guerre galliche. Gente dura e tosta, capace di passare dal gladio all’aratro e di creare una delle più belle economie italiane. Verdi era un italiano forgiato del metallo di un Savonarola di un Giordano Bruno, di un Campanella, persone che non si piegano; e ce ne sono ancora tanti in giro. Non prendiamo come riferimento il Verdi dipinto da Boldini, in cilindro, sparato bianco, barba candida, deputato cavouriano, frequentatore delle stazioni termali di Recoaro e Montecatini. Collochiamo piuttosto la sua figura tra un pensatore antico e un esegeta moderno. Bruno Barilli, ancora negli anni ’60 dello scorso secolo lo considerava espressione di un popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di “sinistra” inclinazione musicale. E Riccardo Muti che scrive come Verdi rappresenti un modo di essere italico, e in questo senso si possa parlare di “Italianità verdiana”. In un momento storico in cui molti di noi sembrano disposti a barattare i fondamenti della nostra cultura per gettarsi nel baratro dell’ignoto, anche una riflessione verdiana può essere motivo di ricordaci che veniamo tutti da Cicerone e da Augusto imperatore, da Virgilio e da Marco Aurelio e non siamo disposti a svendere il nostro passato.

In questo senso va valutata la enorme impresa realizzata da un giovane umbro, un brufano, Alessandro Zucchetti che sulla arena del Boccaglione ha replicato il successo della “Cavalleria rusticana” dello scorso anno. Lo ha assecondato la forte comunità del suo coro di elezione, il “Controcanto” di Bettona, del suo presidente, Marco Schippa, e di una sartoria espressa dalle stesse donne del polifonico, che, oltre a cantare, hanno personalmente cucito i propri vestiti. E questo vuol dire animare una comunità e indirizzarla verso un esito culturale che ha responsabilizzato tutto il paese, rendendolo protagonista di un evento di cui si deve necessariamente parlare. In questo senso va valutata la presenza alla serata del sindaco Valerio Bazzoffia che, senza enfasi, ma con evidente orgoglio, si è fatto carico del peso politico dell’evento. Era reduce, il primo cittadino, dai successi della mostra dei gioielli etruschi, una inizitiva storica e culturale che ha sottolineato l’importanza della millenaria cittadina, avamposto etrusco nelle colline degli Umbri. Manufatti che testimoniano della ricchezza della comunità che li acquistava e della sua prosperità. Accanto a lui Bazzoffia ha voluto la sovrintendente dottoressa Valentini che ha opportunamente illustrato lo stato di avanzamento dei lavori che trasformaranno il parco del Boccaglione in una sorta di reggia reale di Monza: superficie floreale, area agricola, la limonia diventeranno uno spazio artistico degno di un manufatto che, con le sue proporzioni piermariniane, associa il Boccaglione alle grandi ville lombarde.

Veniamo alla musica. Per realizzare la più truculenta delle opere della “trilogia popolare” Zucchetti si è valso ancora una volta della Orchestra di fiati di Francesco Verzieri, i musicisti della Filarmonica “Concerto musicale Morlacchi” di Cannara. Una esperienza felice, quella della “Cavalleria” confermata in un questo Trovatore che ha adottato la versione di un grande esperto di bande, Lorenzo Pusceddu.

La banda, ora più che mai, dopo le opportune sollecitazioni impresse da Giampaolo Lazzeri, presidente di ben 1700 complessi sparsi in tutta la penisola, può manifestare il valore di libero progetto di cultura e di socialità delle sue origini. Territorio di confine tra colto e popolare, la banda assume un forte valore connotativo che la esprime. In particolare, quella di Cannara che, con la gestione del presidente Andrea Mercanti, e della scuola di avviamento ai giovani strumentisti, è un vero serbatoio musicale, capace di esprimere anche elementi che poi si fanno strada in altre situazioni. Oltretutto, e questo lo sappiamo bene, la banda, in uno spazio esterno, è più efficace di una orchestra sinfonica, ha una alta definizione sonora, si “manovra” meglio e in una serata come quella del Trovatore poteva ritrovare la sua vera vocazione essere un veicolo “popolare” di diffusione del melodramma. Opportunamente tagliato e cucito sul racconto di un narratore, che è stato l’ottimo Alessandro Avona,  aspetto e imponenza di un Peter O’ Toole perugino, la vicenda del “cantore d’amore” non sempre comprensibile di un Verdi che adottava un testo spagnolo di Gutierrez, ha assunto progressivamente un minimo di chiarezza. Il regista Mirko Michelon, trentino, docente della Accademia di Belle Arti perugina, ha potuto lavorare, per quanto consentivano i tempi di allestimento e la particolare vastità dell’ambiente, su una videnda che non ha niente da invidiare a una sceneggiatura di Dario Argento. Dall’iniziale “Stride la vampa” al celebre “Di quella pira l’orrendo fuoco”, la fiamma infernale è la vera protagonista dell’opera che alla fine, arde e consuma tutti, buoni e cattivi, giusti e iniqui, nel suo potere di dissolvenza.

Opportunamente microfonati con archetti che non sempre prendevano al volo la voce, ma con una sola prova non si poteva fare di più,  i cantanti si sono espressi al meglio delle loro possibilità. Li conosciamo e li apprezziamo da tempo: Francesco Panni, il protagonista, Paola Stafficci la donna disposta a morire per amore, la corrusca strega Azucena, Alessandro Ongarello, il truce conte di Luna, Manuel Massidda. Al coro Controcanto Zucchetti ha opportunamente affiancato il “Coro dei docenti di Perugia” e il “Chorus di Marsciano”. I protagonisti, per una sola sera, hanno indossato bellissimi costumi rinascimentali della impresa “Le maschere” di Terni, Luci e service audio, compreso il drone che volteggiava, erano di LDM. Alessandro Zucchetti, che coronava con la serata alcuni mesi di lavoro e di preparazione, poteva felicemente prendersi tutti gli applausi che meritano le sue intuizioni, i suoi sforzi, il suo lavoro e la sua alta formazione accademica. Difficilmente in una sola persona si possono raccogliere tante capacità di raccordare molti soggetti, e col suo Trovatore  Zucchetti  è riuscito  a portare a compimento un lungo processo di affermazione di valori musicali che a Bettona era partito dai concerti del sindaco Marcantonini  con la Sinfonica di Perugia di Giuliano Silveri, dalla presenza in città di una figura importante come il compositore Francesco Pennisi e dalla operosità di un maestro olandese Hans Franze, che molti di noi apprezzano. Una strada lunga che dimostra che bisogna crederci nelle cose, bisogna faticare, ma alla fine la storia ti premia. Ora il Boccaglione aspetta solo di diventare una Arena di Verona dell’Umbria musicale.

Stefano Ragni

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