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Spoleto, “Didone ed Enea” di Purcell apre il Lirico Sperimentale. Ottanta anni di innovazioni.

La storia di Virgilio: una grande regina e un eroe mediocre.

8 agosto 2026

Entrare nel Caio Melisso attraversando una piazza che ribolle come un mare di calore è già una impresa. E ricordando dalle memorie liceali ci dovrebbe essere anche un incendio. Ci riferiamo quello della Didone di Jommelli, di Zurletti, interminabile, qui al Melisso, con ascoltatori che offrivano cerini pur di affrettare la fine sul rogo della regina fenicia. Pochi poi possono rivivere con la loro testimonianza l’esordio di Gloria Banditelli, Didone 1979, nell’era Frajese, trampolino di lancio per una carriera barocca internazionale. Ora, con questa inaugurazione del tutto “sperimentale” la diarchia Enrico Girardi e Roberto Calai, per dirle con una espressione che viene cantata nell’opera “cavalca i destrieri di Febo”, imprimendo alla istituzione lo slancio che il fondatore Adriano Belli avrebbe certamente appezzato. La riproposta del titolo più famoso dell’operismo inglese, “Dido and Aeneas”, ovvero il primo e quarto libro di quella Eneide che al liceo ci annoiava tanto. Nessuno allora ci spiegava di Purcell, né si aveva sentore di quanto, un pazzo come Hector Berlioz avrebbe saputo osare nei suoi micidiali ”Le troyens”. Allora si studiava a memoria e si odiava in silenzio. Oggi Girardi e Calai ci hanno riportato a una dimensione moderna dell’ascolto e della fruizione dei grandi capolavori letterari gonfiando certamente i muscoli dopo i riconoscimenti ricevuti con il Premio Abbiati della critica musicale e la targa della Presidenza della Repubblica.  Attestazioni che incoronano ottanta anni di coerenza e di affermazioni artistiche mai sfiorate da compromessi con la moda e la tradizione. Perchè il Lirico ha saputo essere ancora una volta “sperimentale” proprio immergendosi in quel teatro barocco che Zurletti voleva come elemento fondante della didattica dello spettacolo. Il colpo di genio è stato di rivestire di modernità una rivisitazione, rendendo al corpo mutilo di una partitura celebrata, quanto ancora discussa, la capacità di rivestirsi degli elementi innovativi che vi ha innestato il ternano Riccardo Panfili, musicista più che stimato per le sue conosciute creazioni.  Lavorando di concerto con Girardi, col regista Amadio e col direttore Marco Angius, Panfili ha innestato la sua musica sul Prologo e su un paio di momenti della narrazione, dove la partitura di Purcell latitava. Operazione che ha funzionato benissimo perché la drammaturgia sonora di Panfili è risultata ancora una volta coinvolgente e con quel suo canto molto vicino alle sorgenti del teatro di Britten ha saputo anche conservare quel “plot” britannico che ci aspettavamo. E se qualcuno ha voluto anche sentirci un po’ del Menotti migliore, non lo smentiremo. Insomma, quando Angius ha cominciato ad agitare la bacchetta sulle esili trame purcelliane, il pubblico era già dentro la storia e si rattristava di quei costumi puritani che indossavano la ragazze sul palcoscenico: erano le allieve del college di Josias Priest nel quartiere londinese di  Chelsea sottoposte a una disciplina che imponeva anche specifici atteggiamenti del corpo.  Se l’opera presumibilmente fu rappresentata del 1689 erano presenti ancora le conseguenze delle guerre giacobite e l’atmosfera non era certo rasserenante. Quel poco di sapore francese che Angius vede emerge dalla partitura, è stato ben arginato dal rigoroso stile ancillare dei costumi di Clelia de Angelis e dalle scene e luci di Fabrizio Visconti. Quando, nel secondo atto, irrompono le streghe nessuno si è stupito che fossero uomini. Intanto i britannici con le streghe hanno la fissa, e poi la segregazione tutta femminile del collegio poneva il problema di un contrasto timbrico da affidare a un elemento di disturbo, la violenza maschile appunto.  Per di più il regista Tommaso Amadio ci ha messo di suo un esplicito riferimento molto turbativo  all’amore che le due ragazze protagonista, Didone ed Enea, appunto, cercano di vivere tra le tetre atmosfere del reclusorio. Con la prevedibile scena di violenza di maschi che reprimono e castigano la “diversità”. E i loro sono costumi edoardiani di una irreprensibile e algida eleganza. Alla fine, dopo aver apprezzato i refoli madrigalistici che emergono, in buca, dai cantori di Mauro Presazzi,  ecco dopo poco più di un’ora di vicenda, il finale: le trame delle streghe hanno vinto, molto più convincenti, per una mentalità inglese, del “fatum” a cui ricorre Virgilio: il dio Marcurio impone alla fanciulla che impersona Enea di seguire il suo destino di fondato di Roma e lui, “uomo mediocre” come fu definito mesi fa nella conferenza di presentazione, segue il dettato materno di Venere e  si imbarca. Ci vorrebbero la lingua e la penna di Franca Valeri e di Barbara Alberti per farne scempio.  Quando, nel sesto canto Enea incontrerà l’ombra di Didone, “lugentes campi”, e ne invocherà, belando, il perdono, costei non girerà neanche le spalle. D’altra parte, i teli che facevano da unico sfondo alla vicenda erano tutti con impressa una stilizzata navicella. La stessa che ha portato Didone da Tiro alla Tunisia e la medesima che approderà alle foci del Tevere come l’ha dipinta Dottori nel celebre affresco di Palazzo Gallenga. Ed èra il momento dell’unica aria che si conosca bene di questo piccolo lembo di melodramma, il famoso “Belinda” magistralmente cantato da Lorenza Cesaretti.  Nel riferire dei cantanti parleremo della edizione della anteprima con le voci di Giorgia Cavaliere, Rosa d’Alise, conturbante Enea, Davide Romeo, Joaquin Cangemi, Federico Vita, Aurora Bertoldi, Chiara Guerra, Beatrice Caterino.  Orchestra filarmonica umbra “Calamani”, non più quindi del Lirico Sperimentale. Chiediamo. La direzione di Angius ottima e millimetrata, come lui sa fare. Cantanti tutti ben istruiti e piacerebbe poterli sentire tutti nelle successive edizioni.  Per la bellezza dello spettacolo e per le infinite riflessioni che suscita ci auguriamo che entri nel circuito regionale.

Stefano Ragni

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