
Perugia, 13 marzo 2026
Cinque voci e un pianoforte nell’aula magna di palazzo Gallenga per cantare di Chiara e Francesco, vicenda di castità, di amore e di bellezza. Ieri pomeriggio, in un ambiente finalmente irrorato di luce primaverile un concerto per AGiMus, “51 anni insieme con i giovani e per i giovani” realizzato nell’ambito delle celebrazioni dell’ottavo centenario francescano. Un appuntamento fortemente voluto dal presidente della sezione “Valentino Bucchi”, Salvatore Silivestro che, per la prima volta in tanti anni non ha potuto essere presente all’evento. In sua vece il vicepresidente Giuseppe Pelli ha rivolto il saluto augurale a pubblico e musicisti.
In pedana Nicoletta Ricciarelli, Oriana Baldassarri, Emanuela Luchetti, Maurizio Cascianelli e Mauro Branda nelle vesti di tenore e di concertatore. Molto suggestivo il programma dedicato a espressioni antiche e moderne con cui i musicisti hanno voluto ricordare la immensa proiezione della figura di frate Francesco nella grande storia dell’umanità. In un momento celebrativo come quello che stiamo vivendo ci aspetteremmo, noi musicisti, una piena partecipazione di tutta la comunità francescana alla esaltazione del dettato sonoro presente nella predicazione de Padre Serafico, ma dai “sacri conventi” non giungono ancora segnali evidenti. Ai primi di gennaio in Porziuncola padre Matteo Ferraldeschi, una delle voci più belle della religiosità umbra, ha tenuto un efficace concerto per l’apertura dell’anno francescano. Ci aspettiamo molte altre iniziative che ricordino l’amore di Francesco per la musica, sia nella sua gioventù trascorsa nella “movida” assisana, come attestano le fonti più autentiche, a partire dalla “Legenda trium sociorum”, che nelle conferme delle agiografie più accreditate, Celano a Bonaventura. Nel convegno internazionale tenuto in ottobre in san Damiano, si tematizzò la sostanza del “Cantico delle creature”, ma nessun relatore si è spinto a ricordare che di musica dovrebbe trattarsi. E di questa misteriosa partitura, dettata da Francesco e da lui intonata, rimarrà solo il silenzio. Nenche Contini o Vittore Branca si sono spinto oltre la convinzione che di canto e di suono si tratta, ma le fonti non riportano la minima tracia grafica. I musicisti quindi si sono sforzati, nei secoli e interpretare, secondo le proprie sensibilità, quello che doveva essere il timbro più autentico della voce di frate Francesco, l’Alter Christus delle profezie gioachimitiche, presenti, in Assisi, sul rosone di san Rufino. D’altra parte, già nel 1231 frate Giuliano da Spira, col suo “Ufficio ritmico” di Francesco, dava l’indizio che nella famiglia serafica si cantava in gregoriano e in questo senso si esprimevano già i primi seguaci del santo con le testimonianze del laudario di Cortona, di cui Quintessenza ha intonato due reperti, il “Laudar voglio” e il “Sia lodato frate Francesco”. La figura di Chiara è apparsa in un momento centrale del concerto, quando il pianoforte di Carlo Segoloni ha cominciato a sostenere le voci. Si trattava di un suggestivo canto francese del Duecento, musicato dal francescano padre Mancini. Molto interessante questa sezione in cui il pianoforte di Segoloni, che è sempre un magnifico musicista, ha cominciato a suonare la “Madonna de claritade” di Marco Enrico Bossi enunciata dal timbro suggestivo di Emanuela Luchetti, non dimenticata vincitrice del Lirico Sperimentale del ‘91. A seguire la lauda jacoponica “Dolce amor di povertade” di Cilea, l’autore della Lecouvrer che si è prodotto in una incredibile, autentica “gavotta”, che, nella rispondenza al testo, ha una sua ragione d’essere. Quasi sconosciuti i “Sonetti francescani” di Ludovico Rocca, autore torinese che, pur non essendo ebreo, ebbe l’unicità di essere perseguitato dal regime delle leggi razziali per aver musicato i “Proverbi di Salomone”. Mauro Branda e Maurizio Cascianelli, con le loro voci, hanno reso giustizia a partiture che rivestivano poesie di Rita Maria Pierazzi, accademica properziana. Dopo la riproduzione della antifona per il Transito, “O santissima anima”, chiusura con il fragrante “Cantico delle creature” di Domenico Alaleona. Il singolare musicista marchigiano per un anno, nel 1927, appena prima della scomparsa, fu docente di storia della musica al Gallenga. Un carteggio con Astorre Lupattelli ricorda come la designazione di un musicologo che era anche Accademico di santa Cecilia, avvenisse dopo che Respighi, inizialmente interpellato, aveva declinato l’offerta. Questo cantico, originariamente coro, voci e orchestra, nella sintetica versione di Quintessenza, ha confermato la possibilità di interpretare una delle più belle poesie dedicate alla natura, con semplicità di mezzi e linguaggio molto tradizionale, con evocazioni di gregorianismi e percezioni di modalità. Bel successo della serata con applausi e richieste di fuori programma.
Stefano Ragni
