
Perugia 7 marzo 2026
Con un tocco scultoreo il giovane Luigi Carroccia, uno dei nuovi docenti del Conservatorio Morlacchi, si è imposto al pubblico della sala dei Notari evidenziando un suono perentorio e smagliante. Quindi niente di “malato”, e soprattutto la negazione di un assioma entrato nella “vulgata” che veniva riassunto da Cioran, lo straordinario polemista rumeno, nella frase, peraltro piuttosto infelice: “Chopin ha imposto il pianoforte al rango della tisi”. Difficile convincere questo barbuto e aitante giovanotto di studi bolzanini che Chopin non lo si possa suonare che così. Anzi in questo pianismo così aitante, elastico come il palleggio di un grande calciatore, si coglieva una pienezza di salute e un ottimismo “antiletterario” che ci fa capire come un esponente delle generazioni più giovani affronti il testo musicale senza sovrastrutture intellettuali. Musica pura, sfrontata e affermativa propria di una personalità forte che, col supporto di studi britannici, è oggi in grado di snocciolare una bella serie di successi in svariate competizionei internazionali. Quel che ci voleva anche per il nostro Conservatorio che, con la nuova direzione di un musicista di grande qualità come Marco Lena, potrebbe benissimo aspirare alle vette alte della classifica internazionale. Un docente di grande qualità è attrattivo per studenti che, oggi, possono scegliersi con attenzione la sede dove maturare le proprie esperienze. E la marcata presenza di discepoli del Morlacchi nelle ultime file dei Notari è il primo indicatore di una possibilità di arricchire il pubblico di nuove e fresche anime. Oltretutto abbiamo notato con molto piacere la presenza di una intera scolaresca della Media a indirizzo musicale di Città della Pieve. Ragazzini che hanno seguito il concerto con la loro insegnante mostrando il rispetto dovuto alle esperienze importanti. Questo sempre sulla linea tracciata dalla presidente Calabro che ripete come un Mantra che gli Amici della Musica il loro pubblico devono andarselo a cercare nel mondo della scuola per non rischiare la atrofia dei “capelli bianchi”.
Carroccia, fresco di una pubblicazione discografia distribuita su larga scala, aveva scelto per il suo debutto perugino una formula che, onestamente, convince assai poco. È vero che lo stesso Chopin, nei salotti parigini, suonava i suoi Concerti pianistici col semplice accompagnamento del quintetto d’archi, ma è chiaro che questa formula, che funzione benissimo nelle sessioni di laurea dei Conservatori, lascia piuttosto insoddisfatti quando la si paragoni agli originali. Anche perché non è del tutto vero che Chopin non sapesse orchestrare. Ma, al pari del collega e sodale Vincenzo Bellini, la compagine orchestrale la usava come fascia di garanzia per il suo pianismo malinconicamente smaltato: la massa degli archi, con quelle piccole interiezioni dei legni creava quel tappeto setoso su cui si adagiava la tastiera, che poi non era qualle incisiva degli strumenti moderni. E non va sottovalutato, soprattutto nel concerto in fa minore, il battito di timpani che conferisce al discorso orchestra quella risonanza” fatale” che ha fatto scrivere al geniale Corrado Augias, nel suo recente libro di riflessioni musicali, che Chopin ha introdotto nella musica il “dialetto polacco”. Nonostante la bravura dei giovani colleghi, Daumert, Miramonti, Fanton, Cardelli e Boiardi, senza criticare nessuno, la compagine mostrava il fiato corto con il violino costretto ad impennarsi nelle zone acute con un disarmante dispendio di energie. Lasciamo che le occasioni consentano a Carroccia di ripetere la sua magnifica prova con una vera orchestra e innanzi tutto apprezziamolo per aver esposto i due Concerti, l’op. 11 e la 21 con uno strardinario dominio della tastiera. Si coglieva, nel necessario impegno per supplire alla mancanza energetica degli archi, anche la volontà di cesellare, comunque, una morbidezza di tocco che raggiungeva nel Larghetto del fa minore una polposa, evocativa consistenza. Virtuosismo non ostensivo, ma perfettamente calibrato, leggerezza nelle parti “ornate”, ritmo baldanzoso e arpeggi disinvolti. Insomma, uno Chopin sano e pieno di energia che fa piacere ricordare. Carroccia ce lo ha proposto come avrebbe potuto suonarlo l’autore, solo che avesse avuto un po’ di salute in più.
Stefano Ragni
