Amici della Musica: tanti concerti per continuare a crescere insieme.
Sala dei Notari, teatro del Pavone e san Francesco al Prato con tanta qualità.

Perugia, 16 maggio 2026
Ieri sera a san Francesco al Prato per una convocazione insolita: due pianoforti e una nutrita serie di percussioni. Che erano quelle di Tetraktis, una formazione che seguiamo dagli anni Novanta, quando, poco più che studenti, andavano fino in Africa a pescare i loro “legni risonanti”. Si erano formati al magistero di Fernando Sulpizi al Morlacchi e ne seguivano certe indicazioni relative alle percussioni “fantastiche”, un mondo di suoni che nascevano da metalli inconsueti, da cristalli intonati, da legni che crepitavano antichità. Da allora i ragazzi perugini hanno fatto tanta strada, sono conosciuti in tutto il paese, suonano per istituzioni prestigiose e addirittura, col progetto “Arbor sonus” trasformano gli alberi del bosco in un reale organo “outdoor”, dove tronchi ancor vivi e vegeti si trasformano in strumenti dalla dimensione sonora aumentata.
Per loro, Gianni Maestrucci, Leonardo Ramadori e Gianluca Saveri, i padri fondatori, a cui, in tempi più recenti, si è aggiunta la gentile presenza di Laura Mancini, ieri sera era un semplice gioco collocarsi intorno ai due pianoforti che troneggiavo nella immensa aula francescana. Sempre suggestivo il tramonto che si sviluppa dietro i finestroni absidali, luce che si ammanta di oscurità, mentre i suoi fluttuano, remoti, non c’è niente da fare, ma pur percettibili nella loro preziosità acustica. Sì, perché la sonorità, nonostante la dispersione della pianta a croce latina e la altezza delle volte, ci sarebbe, ma occorrerebbe uno specifico studio sulla cattura, sulla direzione e sulla distribuzione di quanto avviene in pedana. In attesa di una ipotesi di fattibilità, accettiamo questa provvisorietà e parliamo di questa bella serata con due ottimi pianisti, André Gallo e Igor Roma che hanno realizzato una bella versione della Sonata di Bartok per due pianoforti e percussioni, sette, dai timpani allo xilofono, suonati da Saveri e da Ramadori. Una bella realizzazione, non c’è che dire, e un vero piacere immergersi in questo mare tumultuoso che, date le condizioni di cui sopra, risultava molto filtrata e forse per questo, quasi più attraente. Anche perché la bella Sonata faceva da preludio a un singolare brano che avrebbe fatto la gioia di noi studenti quando, negli anni ‘60 sognavano di teatri dell’assurdo. Quel che ci incantava sui testi di Marcuse, di Horkheimer e di Adorno, paventando la sempre minacciata “reificazione” di Lukacs, ieri sera era, innocuo e piacevole, sotto i nostri occhi e le nostre orecchie. Dieci minuti di “dadaismo” puro, due interlocutori, che, smanettandosi con ostentato vigore, mimano un dialogo assurdo tra corpi e gesti con la coppia di straordinari esecutori, Laura e Gianni. Era “Retrouvailles” di Georges Aperghis musicista ateniese, che solo a Parigi ha trovato l’ambiente ideale per questo pezzo di gestualità dove il parlare una lingua immaginaria è anche indizio di certi disorientamenti condivisi nel quotidiano. Applausi scroscianti ai due percussionisti-mimi per un sincero apprezzamento. Chi risultava un tantino invecchiato il Bernstein delle danze sinfoniche da “West side story”: dopo il crollo delle torri gemelle a New York sono successe troppe cosa perché si possa soffrire per le vicende dei Jets e degli Sharks, ma la panoplia di percussioni, compresa la indiavolata batteria di Leonardo, rendevano il percorso dei due magnifici pianisti elettrizzante anche quando l’ascolto faceva percepire il tema di “Maria”, o si avviticchiava sui ritmi del mambo.
La serata nel tempio francescano era speculare agli altri appuntamenti che si sono avvicendati nel corso di poco più di una settimana. Intendiamo intanto riferirci al sabato 9, quando il teatro del Pavone è stato invaso da un pubblico tumultuante di infanti con genitori per rispondere all’appello di “Musica per crescere”, la chiamata che la presidente degli Amici della Musica Anna Calabro rivolge abitualmente alle generazioni degli infanti. Suo il teorema “la musica è un dono che ci è stato dato e vogliamo condividerlo con le generazioni che ci seguiranno”. Progetto espresso da una pediatra che è mamma appagata, medico umanista e cittadina “emerita” che sente sulle sue spalle il peso di questi ruoli. Dopo più di venti anni di successi il progetto “Musica per crescere” ha avvicinati migliaia di bambini delle scuole primarie del territorio in un reticolo di occasioni che, con un opportuno teatro sonoro, hanno offerto occasioni irripetibili di conoscere in fattiva semplicità cosa lo spettacolo musicale: anche in questa occasione, al Pavone, si è colto nel segno grazie alla mirabolante lettura che Francesco Bolo Rossini ha realizzato dal “Robin Hood” di Dumas. Cinquanta minuti di musiche accattivanti e coinvolgenti di Filippo Fanò, Manuel Magrini ed Enrico Mirabassi, recitate e cantate da dodici ragazzi che si raccolgono sotto la indicazione di “Compagnia di teatro musicale, di Musica per crescere”. Il che vuol dire che il messaggio è passato alla fase di realizzazione e rulla sulla pista di decollo con straordinaria energia. L’ensemble della Orchestra da Camera di Perugia ha suonato con il prevedibile smalto e il successo è stato quello previsto. Preceduto dalla significativa cerimonia in cui la presidente Calabro ha consegnato ad alcuni bambini il riconoscimento per i loro disegni inerenti gli ascolti musicali. Peschiamo poi dalle cronache di ascolto di fine aprile un bel momento di “musica alta” che non vorremmo passare sotto silenzio. Nella Sala dei Notari un eccezionale Trio Boccherini, solo archi, ci ha fatto passare momenti di “musica alta” come raramente si ascolta. Eccezionale la qualità dei musicisti, Suyeon Kang, Vicki Powell e Paolo Bonomini, violino, viola e cello tutti residenti a Berlino dove operano abitualmente. Loro la eccezionale lettura del rarissimo Trio op. 9 n.1 di Beethoven, la resa smagliante del “Trio di Chimay” di Ysaye e il delizioso e inaspettato Trio del 1933 di Jean Francaix. Dimostrazione che con pochi mezzi acustici si possa sfiorare la “meraviglia”. Ci sono andati vicino anche i quattro dello “Swiss chamber soloists” dell’8 maggio. Eravamo sempre ai Notari e ci chiedevamo come a ottantasette anni suonati Heinz Holliger potesse ancora suonare con tanta efficacia il suo oboe. Era un mito della Nuova Musica ed è rimasto una realtà del più lucente accademismo. Ha suonato benissimo il “Phantasy quartett” di Britten e ha levigato il Biedermeier anno 182 di Thurner. Offrendo per di più un fuori programma desideratissimo, il tempo lento del Quartetto di Mozart. In mezzo, le prestazioni della violinista Irene Abrigo che ha suonato un pezzo di Holliger piuttosto recente, tre piccole scene del 2014 con cui l’autore rivisita, come in un nostalgico “travarobato” certi atteggiamenti compositivi della vecchia musica “sperimentale”, non privi di arguzia. Bello un Intermezzo di Kodaly per trio d’archi con la viola di Jurg Daelher e il cello di Patrick Demenga. Molto curiosamente la serata si apriva con un brano speculare al concerto precedente, il Trio op. 9 n. 2 di Beethoven: in rapida sequenza, due piccoli capolavori di un musicista che studiava da “Titano”. –
Stefano Ragni
