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Borgo s. Antonio. Ciro Scarponi venti anni dopo.

Il grande musicista perugino ricordato da AGiMus

Perugia, 14 ottobre 2026

La memoria, il senso del ricordo è un dovere di chi rimane. Soprattutto se si tratta di un grande protagonista della musica che, nella sua operosa vita, ha coinvolto tante persone in emozioni intense. Per qualcuno che la scorsa domenica, l’undici pomeriggio, era presente, sia come ascoltatore che come protagonista, si è trattato di una conoscenza che ha deciso anche della propria vita professionale e affettiva. Per Salvatore Silivestro, presidente della sezione AGiMus, il musicista “uno e trino”, in attesa di una candidatura di “giusto fra i giusti”, commemorare Ciro nel ventennio della prematura scomparsa era un obbligo: non solo come compagno di strada, ma anche come occasionale agente di un incontro che fu all’origine del matrimonio del clarinettista con colei che sarebbe diventata sua moglie, Gabriella Rossi, cantante e docente al Morlacchi. Allora, forse il ’79 si era a Como, Ottetto Vocale e trio di clarinetti e corni di bassetto. Scarponi, Ciancaleoni e Marzà. Davanti a quelle acque profonde nacque una storia che finì in un matrimonio e nella nascita della figlia Matilde. E Matilde era forse la più commossa, quando ha imbracciato l’archetto per suonare, in una sala s. Antonio gremita, un Trio di Bruch. Una pagina abitualmente interpretata anche dal padre, ma che per l’occasione vedeva al violino il fratello di Ciro, Patrizio. Lei viola nella prestigiosa orchestra della Rai di Torino, lui violinista in organico con complessi come gli Accademici di santa Cecilia di Uto Ughi e la sinfonica con cui Morricone ha girato l’Europa. Ma c’era un altro nucleo familiare formatosi sotto il magistero educativo di Scarponi, quello di Simone Simonelli e Benedetta, allievi di Ciro fin da ragazzi. Il mastro la chiamava “la mia cerbiatta” e Simone, ultimo allievo della grande scuola del Morlacchi, non se l’è fatta sfuggire. Ora Simone, il frutto più prezioso della formazione dell’insegnamento di Scarponi, dopo essere stato clarinetto nella orchestra del teatro la Fenice di Venezia, è prima parte al san Carlo di Napoli. Ed è padre di tre meravigliose figlie.

Ma tra il pubblico c’erano anche altri discepoli, come Giulio Cuseri, luogotenente in forza, fino a ieri, alla Banda della Guardia di Finanza. E un compositore di prestigio, Carlo Pedini, che trascorse molto ore nella intimità di una amicizia che ha dato alcuni frutti, come un pezzo solistico che Scarponi amava molto, “l’acciarino di Weber”. Una parola molto autorevole è stata espressa da Ivana Mastriforti, donna ancora molto impegnata nel sociale. Fu con lei che, a Umbertide, Scarponi pose le basi di quel nucleo di amici che divenne la associazione “Novo Prometeo”. Mille concerti nel chiostro di s. Francesco, con la presenza eccezionale di Massimo Cacciari. Con lui Scarponi aveva lavorato nelle storiche giornate del “Prometeo” di Luigi Nono. Da quella cellula nacque poi la attuale Associazione “Ciro Scarponi” che da dodici anni promuove a Torgiano, borgo natale del maestro, un concorso internazionale, patrocinato anche dalla Anbima, la federazione di bel 1700 bande italiane, raccolte sotto la presidenza di Giampaolo Lazzeri.

Il concerto che, nel corso del suo svolgimento, si arricchiva di contributi commemorativi, dopo le parole del presidente, Francesco Pinelli, ha elencato molti numeri, si è aperto con la voce di Chiara Franceschelli, solista di due brani di Saint-Saens e Mozart. Indi un momento molto atteso, “Elegy for Danny”. Lo ha suonato Simonelli, con un tocco impalpabile, dominando le difficoltà “assolute” di una pagina che è tra le più difficili dell’attuale repertorio. Speculare agli “Studi” per strumento solista, la “Elegy” racchiude i segreti con cui Scarponi si presentava al mondo internazionale, come autentico protagonista della musica del suo tempo.

La sezione puramente strumentale si è chiusa con la toccante presenza del duo formato da Patrizio Scarponi e da Giuseppe Pelli, cinquanta anni di musica insieme. A loro il compito di eseguire un sensibilissimo pezzo di Sibelius e la preghiera ebraica del “Nigun”, un quadro del “Baal shem”, la invocazione che il credente innalza a Dio vestendosi della sua fierezza di uomo. Mancava solo un numero al giorno celebrativo della memoria di Ciro e questo è stato il momento dei “Cantori di Assisi”, la mitica formazione che, in anni indimenticabili fu definita dai giornalisti giapponesi “Il vento d’oro della Umbria”. Ora Gabriella Rossi li dirige con la sua musicalità e le sue competenze, mostrandosi la degna erede di padre Evangelista Nicolini. Alle loro voci dal timbro “non omologabile”, piene di calore e di forza evocativa, erano affidate alcune pagine di Taverner, Sisak e Arne. Ma noi prendiamo per impareggiabile la rievocazione del “Cantico delle Creature” di p. Domenico Stella, pagina emblematico di cosa voglia significare ispirarsi musicalmente al santo Serafico. Si chiude la serata senza la voglia di uscire; si vorrebbe rimanere in s. Antonio, a condividere ancora quel che di musicale fluttuava ancora nell’aria. Echi che non si spegnevano e di cui ognuno di noi ha portato a casa un frammento.

Stefano Ragni

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