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Spoleto. Al Caio Melisso il dittico di Marcello Panni chiude la 80esima edizione.

 Bilanci positivi per una stagione di successi.

Spoleto, 8 ottobre 2026

Che fosse una serata particolare si era capito dalla presenza dei Dioscuri che, come perfetti padroni di casa, accoglievano gli ospiti.  Enrico Giradi e Roberto Calai, visibilmente soddisfatti erano lì, sull’ingresso del Caio Melisso per celebrare due eventi in uno: la iscrizione del Canto Lirico Italiano nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco e la concomitante ricorrenza degli 80 anni della istituzione creata da Adriano Belli. C’era veramente da riempirsi la bocca, ma anziché giocare facile con un bel galà lirico, e il materiale ci sarebbe e abbondante, la diade organizzativa ha scelto di mantenersi sullo “sperimentale” convocando il pubblico a un appuntamento con la musica contemporanea. E dopo le serate di Gardella e Chailly il debito era già stato ampiamente onorato. Quindi cerebralismo senza mezzi termini, ma, niente paura, il gusto, la intelligenza e lo charme di Marcello Panni hanno esorcizzato ogni pericolo. Anzi, alla fine, il pubblico si è talmente divertito che ha tributato ad autore e interpreti l’applauso che si manifesta quando gli appetiti e le aspettative sono state ampiamente soddisfatti.

Dittico, dunque, uno serio l’altro supercomico. Parliamo del primo, un piccolo affresco giapponese, “Hanjo”, una rivisitazione della Butterfly ma come la vedono i giapponesi. Si tratta di un “No moderno” pubblicato nel 1955 da Yukio Mishima. Ma stavolta non siamo a Nagasaki, ma in una stazione di Tokio dove una fanciulla, non sappiamo se sia una geisha, Anako, aspetta con la valigia un improbabile amante che tre anni fa l’ha sedotta. Accanto a lei una amica, Jitsuko, affettivamente molto interessata a lei. Quando finalmente, dopo molti gorgheggi, arriva l’amato bene, l’aitante giovanotto si sente apostrofare con frasi di questo tipo:” Ma pure tu sei un altro, le facce di tutti gli uomini sono morte”. Il piccolo pezzo teatrale ha avuto l’onore di essere commentato da Marguerite Yourcenar che ha evidenziato la bellezza malinconica del lamento della donna sedotta e lasciata. Cosa che ha consentito a Panni di esibirsi in un complesso reticolato di duetti che hanno recuperato quel tanto che di storico appartiene a un musicista che, con la sua attività, ha tranquillamente attraversato il secolo. La piccola compagine strumentale accompagnava i tre cantanti con un filiforme profilo timbrico, sempre graffiante e continuamente alludente a qualcosa “che c’è già stato”, ma non è più.  C’è da dire che le voci dello Sperimentale sono state all’altezza della situazione, perché le tessiture non erano agevoli e i protagonisti, Lorena Cesaretti, Anna Pieri e Niccolò Sasso, sono veramente stati all’altezza del loro compito. Il secondo dittico, “Lo strattagemma dell’avvocato Manigoldi” era un’autentica farsa nello stile rossiniano. Continuamente attraversato da lacerti della più celebre marcia nuziale che si conosca, ma sbeffeggiata e distorta con un assurdo richiamo alla “opportunità” del matrimonio borghese, Mattia Ribba, Oronzo d’Urso Stefan Polishcuk e Sara di Santo, hanno riprodotto l’originale del 1940 di Bruno Corrà, uno dei padri del Futurismo. Canto disarticolato in tutte le sue componenti, ma senza eccessivi sperimentalismi, tessuto strumentale che, anni dopo il sipario nipponico, conserva nell’autore la fragranza iniziale, quella che tanti anni fa avevamo assaporato nella sua “Partenza dell’argonauta”, una stravaganza tra de Chirico e Savinio, e non è una tautologia, un imporsi alla sostanza teatrale con innocenza, ma anche con malizia. Tutte cose che abbiamo ritrovato in questo quadretto che, all’indomani del referendum tanto sofferto ci dovrebbe far riflettere sulle malefatte di chi la giustizia sa come eluderla e deriderla. Nessuna morale, solo che i ruoli puramente vocali sono perfettamente rispettati e la musica fluisce con le piacevoli interiezioni di squilli di telefono e inserti radiofonici. Non c’è morale, ma un “così fan tutti” che stiamo vedendo in questi giorni, sui balletti televisivi di giustizialisti, opinionisti e commentatori. Alla fine, nel nostro paese, vige la legge del “più furbo”, e tutto diventa commedia. Degli applausi dicevamo, della simpatia manifestata a Panni, osannato insieme al direttore Marco Angius è facile arguire. Regia di Cesare Scarton e scene di Gianni Dessì, luci di Andrea Trocchio. Suonavano i bravi musicisti di “Avos project”. Ci congediamo dalla squadra del Lirico Sperimentale chiedendoci come faremo a superare tre stagioni senza di loro. Salutiamo la falange, Chiara di Vito, Lucia Andreini, Gloria Bagatti, Raffaella Clerici, Patrizia Tomassini e Alessandra Bussolotti. Ai Dioscuri, Girardi e Calai il merito di aver esaltato lo smalto e la forza inventiva di un teatro che più che sperimentale, è veramente una solida certezza.

Stefano Ragni

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