Castiglione del Lago. Una Tosca che muore a palazzo Ducale.
Il capolavoro di Puccini per il festival di Marzia Zacchia.

19 agosto 2026
Ieri sera a palazzo della Corgna, ambiente quanto mai consono si è consumata la tragedia con cui Floria Tosca, “cantatrice romana” entrò nella leggenda del grande teatro lirico. Il capolavoro di Puccini, datato 1900, da decenni consuma le orecchie e le mani degli spettatori che non finiscono di applaudire al termine vicende di una modesta artista romana e di un pittore squattrinato e forse di poco talento, che nell’età del conte di Montecristo consumano i loro piccolo destini travolti dalla grande onda della storia. Quella autorevole e bel documentata della prima Repubblica Romana nata con lo spirito autentico dei giacobini che instaurarono il regime democratico col console Angelotti. La vicenda narrata da Victorien Sardou si svolge nel 1800 in prossimità della battaglia di Marengo, lo scontro con cui il generale Bonaparte portò i suoi “straccioni” della Armée d’Italie alla victoria sugli austropiemontesi di Melas. Da qui le traversie che devono affrontare i due giovani protagonisti fino alla consumazione del sacrificio finale. In mezzo le ipocrisie, la ferocia, la arretratezza e i conformismi del regime papale, sanguinario nell’amministrare quella che si chiamava “giustizia”. Ricordiamo tutti la bella scena del film “Il marchese del Grillo” con la decapitazione del capobrigante Bastiano, frate assassino, ma pur sempre venerato dal popolino. E di una decapitazione si parla anche nel citato romanzo di Dumas. Puccini, sempre capace di fiutare l’aria, colse al volo lo spirito di rivalsa dei Savoia insediati nella nuova capitale proprio in quel palazzo di Montecavallo da cui avevano sloggiato il “romano pontefice”. Era il gennaio del 1900 e al teatro Costanzi si poteva cantare di anticlericalismo senza mezze misure: dopo il Concordato del ’29 neanche la musica di Puccini avrebbe potuto smuovere le pastoie con cui il regime fascista si precipitò di nuovo nel baratro della chiesa. Ieri sera, quasi sfidando il caldo del teatrino ducale, abbiamo palpitato ancora una volta allo spettacolo crudele con cui Tosca, cerca di sfuggire alle lusinghe e al ricatto di Scarpia, il capo della polizia “davanti a cui tremava tutta Roma”. La storia è stata rievocata in tutta la sua trascinante crudezza grazie a un piccolo manipolo di grandi artisti che, nel breve spazio concesso della sala, si sono saputi muovere con mestiere sapiente e con straordinaria efficacia scenica. Coniugando la bellezza della loro competenza vocale col il senso del teatro e con l’aroma della spettacolarità. Un’ora e mezza che è passata come un soffio, grazie a un testo narrato che cuciva insieme i lembi delle arie e dei duetti che venivano gradualmente cantati. Efficace “historicus” ma anche palpitante tenore Daniele Formaggia ha ben saputo rivestire i panni del pittor Cavaradossi, duettando con fervore con il soprano catanese Renata Campanella, forte di un percorso formativo che l’ha portata a rivestire molti ruoli di protagonista drammatica. E quello di Tosca le stava veramente molto bene. Il suo feroce persecutore, lo stolker mellifluo e infernale non poteva trovare di meglio che il fisico e la dizione di Marco Grossi: tutti venivano sorretti dal pianismo semplicemente sontuoso di Stefano Giaroli, un direttore d’orchestra capace di sedere alla tastiera evocando tutto il ricco strumentale pucciniano, compresa una squillante versione del “Te Deum”. Applausi a scroscio, come si può immaginare e la soddisfazione per la marchesa Zacchia di poter offrire ai suoi concittadini un autentico lembo di grande teatralità. Non poteva essere diversamente per un cartellone, il ventiduesimo, che si era aperto inopinatamente con la “settima arte” cinema e saxofoni a Pozzuolo, per “West side story”, per poi ritrovare la vera dimensione cameristica con una serata alla Corgna col il violoncello di Marco Algenti e Lisa Francese al pianoforte. Due giovani entusiasti ed entusiasmanti che hanno saputo misurarsi alla grande con un bel repertorio dedicato a capolavori giovanili di Brahms e Beethoven. Una dimensione la loro vibrante e trascinante che ha culminato in una esplosiva versione del temporale dall’estate di Vivaldi. Ma neanche il loro ardore è riuscito a far cadere una goccia d’acqua. Ancora caldo africano in attesa del ritorno, domenica sera, delle sorelle Gazzana, graditissima presenza in un cartellone ricco di umanità e di bellezza.
Stefano Ragni
