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Le cimici di Capitini e i ciliegi in fiore della “Promessa infranta”.

Alba a Perugia con Mozart, pomeriggio a Spoleto con l’opera del Lirico Sperimentale Umbria Ensemble e le due mogli giapponesi

24 agosto 2026

Un’alba con il messaggio di Aldo Capitini è una circostanza alla quale non avremmo mai voluto mancare. Dobbiamo al complesso Umbria Ensemble la stesura di un progetto ormai attivo da anni, quella di salutare il levare del sole con la musica. Di qui un cartellone che per questo agosto ha assunto la dizione di “Marmi parlanti”, concerti tematici con presentazioni di illustri personaggi della cultura. Così è stato per “Rinascimento contemporaneo” con le riflessioni sul Perugino di Stefania Petrillo, docente di Unipg. Ieri mattina, mentre i raggi solari filtravano dietro una live cortina di nubi, alle 6 e trenta in punto, Umbria Ensemble è entrato nello spazio della terrazza del mercato coperto già affollato di ascoltatori che occupavano ogni sedia disponibile. Dopo il fluido eloquio di Maria Cecilia Berioli, la “femme savante” della formazione, il presidente della Fondazione “Centro studi Aldo Capitini”, Giuseppe Moscati, ha utilizzato i quattro minuti che gli erano stati concessi per parlare della “sempre nuova compresenza” del filosofo della non violenza. una conversazione piacevole e non invasiva quella di uno studioso che è anche il referente della Biblioteca Umanistica della Fondazione Cucinelli. Pochi concetti, molto chiari. Il messaggio di Capitini è maturato nella consapevolezza del rispetto della vita di ogni creatura. Di qui la dieta vegetariana che Capitini aveva adottato sin dagli anni in cui operava alla Normale di Pisa, con un rettore come Giovanni Gentile che mal sopportava che il futuro filosofo sedesse a mensa con gli studenti. E poi, quelle cimici che tormentavano i detenuti politici del carcere fiorentino delle Murate, penitenziario in cui Capitini scontava una condanna preventiva insieme ad altri dissidenti del regime. Ebbene, mentre tutti schiacciano le inopportune bestiole, il maestro perugino risparmiava queste che fragili vite che erano per lui, preziose al pari di altri viventi. Un episodio che avevamo sentito narrare da Maria Francesca Siciliani, ultima discepola del filosofo alla cui scuola è stata allevata negli anni dell’infanzia.  Maria Francesca bambina trascorreva molte ore nel sottotetto del palazzo comunale dove la famiglia di Capitini esercitava le funzioni di campanari.  Di queste memorie, la cui unicità rappresenta un preziosissimo portato, ci parlerà lei stessa in settembre in una giornata di studio a palazzo Gallenga. Le campane sono le stesse di cui ci ha parlato Moscati: suono di festa, di gioia, di partecipazione. La gioiosità dell’essere viventi tutti avvolti in una comunità umana che è permanente “compresenza”. Convinti dai concetti brevemente ma efficacemente espressi da Moscati, siamo entrati nella dimensione della musica, quando già l’aria cominciava ad infuocarsi. La musica era quella di Mozart, propiziata dalla presenza di un eccezionale flautista, il catalano Claudi Arimany, ultimo e autorevole depositario dell’arte di Jean Pierre Rampal. A lui e ai suoi collaboratori, Cecilia al violoncello, Angelo Cicillini e Cecilia Rossi ai violini, Luca Ranieri alla viola, il compito di deliziarci con le gioiose esternazioni della musica che Mozart riserva a uno strumento che in realtà proprio non amava. E dal momento che il Salisburghese non può protestare, ecco che Claudi, che peraltro suona benissimo e sfida, col suo timbro le distorsioni della pessima amplificazione, accetta il rischio di un adattamento della Serenata K 361, musica eccellente, come dichiarato dalla “femme savante” per una diffusione in ambiente aperto. È così che il flauto si è sostituito all’oboe nella autentica dichiarazione di umanità e di padronanza del respiro della vita che è la frase dell’Adagio che è entrata anche nella settima arte con la citazione che ne fa il protagonista di Salieri nel celebre ”Amadeus”. Musica altamente espressiva, vibrante, un vertice della capacità di comunicare “beatitudine”. Grati a Umbria Ensemble di averci fatto godere di una straordinaria mattina abbiamo atteso il pomeriggio per spostarci a Spoleto. Grazie alla provvidenziale scala mobile abbiamo raggiunto il Caio Melisso che offriva un minimo di conforto al caldo. Certo il tema non era proprio invitante, un’opera in prima produzione dal titolo “Una promessa infranta” che era una rivisitazione del celebre “la prima moglie Rebecca” il film che ci aveva tanto spaventati da bambini. Cecilia Ligorio ha steso un fantastico libretto desunto da Lafcadio Hearn, lo scrittore americano che si naturalizzò giapponese. La musica era di Federico Gardella, milanese di studi, romano di perfezionamento, premi conseguiti tra il 2009 e il ’12 proprio nel paese del Sol Levante. La sua musica è moderna quel tanto che basta per sembrare contemporanea, ma le impressioni che suscita sono di una straordinaria rarefazione che si fa, progressivamente, angoscia e sofferenza. La sorte delle due mogli, una reale e una ritornata in vita sotto forma di spettro ha creato una intensa “bolla” emotiva in tutti gli ascoltatori, soggiogati da ciò che la stessa Ligorio creava sul palcoscenico come regista. Soprattutto la capacità di evocare con altissimi manichini la immagine sanguigna della prima consorte rese più allucinate dalle luci di Alberto Favretto. Costumi moderni di Clelia de Angelis, nessuna citazione nipponica, ma un sobrio vivere in casa, lei in sottoveste, lui in camicia e pantaloni. Di notte le apparizioni dello spettro della moglie defunta. Questa musica discreta, ma a tratti rabbrividente ci ha accompagnato per un’oretta con la eleganza di uno strumentale raccolto, intorno alle diedi acustiche di flauto e clarinetto, col contrabbasso spesso emergente e un crotalo che suonava sin dal primo glissando degli archi, fino poi a farsi risentire con l’effetto di essere immerso in un bacile d’acqua. Cantanti indirizzati verso una dizione di brevi frasi vagamente tonali, senza gorgoglii inutili, mai organizzate in frase melodica, ma, a un certo punto, con una strana inflessione “pucciniana”. Sarà forse per via del Giappone. Molto belle le due voci femminili in buca, e magnifica quella presenza mahleriana di un breve inciso di marcia. Insomma una partitura efficace per qualcosa che non si può che definire “prezioso”, suoni reali e suoni “invisibili” per ripercorrere una storia crudele e rabbrividente. Alla fine, il ciliegio che si era rinsecchito per il suicidio del marito, rimette i suoi fiori. Cantanti al disopra di ogni elogio. Abbiamo sentito la terza compagnia, tutti eccellenti. Benedetta Grasso, Emma Alessi Innocenti, Gianpiero delle Grazie, Paolo Mascari e Niccolò Sasso. Dirigeva la Filarmonica Umbra “Calamani” l’ottima Mimma Campanale.          

 Stefano Ragni

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