Organi storici alla Sagra Musicale Umbra:
il progetto di Claudio Brizi nel cartellone di “Flageljahre”.

Perugia, 17 agosto 2026
Erano anni che si desiderava una rassegna di organi presenti nella regione in un Festival che è emblema identitario di una civiltà che sa raccogliersi ancora intorno a simboli forti e fondanti. Sono lontanissimi i tempi in cui il conte Guido Visconti di Modrone convocava i suoi studenti dei Corsi di Alta Cultura dell’Università per Stranieri nella basilica di san Pietro, ora e sempre la Betlemme musicale perugina. Qui i fortunati ascoltatori, pochi, come si immagina, ma tutti esponenti di classi colte e di spiccata formazione, trovavano padre Virgilio Guidi, un francescano tirato giù dal suo romitorio di La Verna, che sul pregevole strumento del cenobio benedettino, esemplificava quel che il senatore del regno, aristocratico musicomane milanese aveva illustrato nelle sue lezioni.
D’altra parte, si sa in una delle più belle dimore storiche dell’Umbria, si può ammirare uno dei più bei reperti pittorici dedicati all’atavico strumento: nella sala delle Arti Liberali di palazzo Trinci, a Foligno, troneggia, ad opera di Gentile da Fabriano o di mano di un suo seguace, il suonatore d’organo, un portativo, su cui si adagia la mano sinistra, mentre con la destra l’aulico musico percuote con una bacchetta le campane. Era quello che si intendeva Musica nelle Arti del trivio e del Quadrivio, una somma di conoscenze matematiche, di proporzioni, di calcoli che assicurassero a quel che si intendeva allora per arte dei suoni, la sua perfetta rispondenza alle dimensioni della volta celeste, specchio di un Universo perfetto. Lo aveva già asserito, senza tema di essere smentito, s. Agostino: “musica est in numero et numero est in Deo”, un teorema che nessuno avrebbe osato smontare. L’organo, come voce del Divino, era entrato, già dal Medio Evo nella iconografia delle chiese, in quelle Bibbie visive che erano i portali scolpiti di figure. Noi perugini un organo antichissimo possiamo vederlo tutti i giorni quando varchiamo il portale del palazzo dei Priori: è sullo stipite a destra, ad altezza di sguardo, un suonatore d’organo che potrebbe essere il re Davide, fronteggiato da un addetto a tirare il mantice. La stessa icnografia che è stata scolpita nell’archivolto della cattedrale assisiate di s. Rufino: ma qui è nientemeno che Gioacchino da Fiore che suona di fronte a suo discepolo che fa entrare l’aria delle canne. Perché senza aria l’organo non suona. Perché senza l’elemento vitale della esistenza, l’aria l’organo è muto. E poi, come sosteneva Marius Schneider, l’antropologo e teosofo che firmò uno dei libri più illuminanti sulle origini della musica, la canna d’organo è un tronco cavo, un albero svuotato del suo legno, un recipiente “infero” che, ricevendo vita dall’aria, emette un suono che è un’autentica comunicazione tra il mondo dei morti e quello dei viventi. Questo avviene ogni volta che si rinnovi il “sacrificio” di un suono che si offre all’ascolto. Un mistero strano, questo del suono che si propaga e si estingue, quando la perdita della vibrazione si dilegua.
E qui entra da geniale protagonista il nostro Claudio Brizi, personaggio estroso e fantasioso come un eroe dell’Ariosto, figura borgesiana nelle sue esternazioni apparentemente paradossali. Quando lo immaginiamo immerso nell’antro di suoni strumenti musicali, una congerie di tastiere nella casa –museo di Montefranco, possiamo pensarlo come padre Bartolomeu, il “volatore”, una delle figure più belle inventate da Saramago per il suo “Memoriale del convento. Una macchina volante, per l’eretico portoghese che, negli anni in cui Giovanni Quinto faceva costruire il monastero di Mafra, progettava una macchina capace di volare a cui si interessava nel romanzo, anche Domenico Scarlatti, il geniale musicista di corte. Da parte sua Brizi, facendosi costruire dalla ditta Pinchi uno straordinario strumento come il “claviorgano”, ha realizzato, una ventina d’anni fa, il sogno di riportare alla luce uno strumento che all’epoca di Handel suonava, eccome.
Ma la conversazione che un paio di settimane fa abbiamo avuto con Brizi nel salone dei concerti del Conservatorio Morlacchi, dove troneggia il “suo” organo Pinchi è qualcosa che va condiviso con i lettori, anche per apprezzare in pieno la portata della rassegna organistica della Sagra. Brizi sostiene che, quest’anno la Sagra non potrebbe essere più umbra di così. Noi che in Umbria siamo nati e viviamo non ci stupiamo quando, ad ogni cucuzzolo collinare corrisponda una chiesa e questa conserva al suo interno un organo. Di collina in collina, come in un verde affresco di Dottori, possiamo incontrare la voce del nostro passato. Magari lo strumento è martoriato o non esiste più o ha il suono spennacchiato. O, come per il Mattioli secentesco, può stare per venti anni sul pavimento di s. Antonio abate finchè Eugenio Becchetti lo ha letteralmente resuscitato. L’organo di una chiesa, anche della più piccola, è strumento identitario; è un prodotto artistico che ha un artefice come un quadro, un inginocchiatoio, un intarsio. E’ una scheggia del tempo che va conservato e preservato, come ci insegnavano all’Università quando scoprivano la metodologia deli “Annales”: il piccolo che racconta il grande.
D’altronde e qui Brizi entra nel suo contesto preferito, l’organo ha una nomenclatura antropomorfa che ne definisce le parti. Lingua, piede, baffi, barbe e, la componente più delicata, una lamina tra bocca e orifizio della canna. Da qui esce il flusso d’aria che fa vibrare la canna e tramite un piccolo pezzo di stagno saldato l’artefice fa vivere il metallo, firmandosi, in quell’attimo, come irripetibile artista. Entriamo nella cappella Baglioni d Spello e dobbiamo essere consapevoli che quel volto di Pinturicchio che ci guarda è un residuo che da sempre accompagna chi lo ammira. Analogamente all’organo che suona da un paio di secoli, eredità di un organaro, umile quanto volete, ma per noi importante come il pittore dei Pontefici. Per essere fedele all’assunto degli “Anni di apprendistato” ideato dal direttore artistico della Sagra, Enrico Bronzi, come il giovane Mozart, Bernini, Leopardi, anche l’acerbo costruttore di organi ha un apprendistato. E noi, ricorda Brizi, con la Sagra partiremo proprio dall’organo di Adamo Rossi, del 1791, conservate nella chiesa di san Bartolomeo a Solomeo. Vanto della antica cappella di don Alberto Seri, restaurato dalla Fondazione Federica e Brunello Cucinelli, l’organo di Rossi era stato edificato per la chiesa degli Olivetani di Montemorcino. Acquistato da Raffaele Bucarini, fu collocato nella pieve del delizioso borgo storico. Da questo strumento prenderà il via, cronologicamente, la rassegna perché Rossi, Adamino come veniva chiamato, era un “prodotto” di bottega dei Fedeli, organari umbro-marchigiani molto attivi nel crinale appenninico. Ma un’altra figura è quella evocata da Brizi, ed è l’organaro Sebastiano Vici, marchigiano, un ponte con la scuola veneta. Perché tutto quel che viene dal nord, fosse lombardo o parlasse veneziano, come per i Crivelli, era ben accetto, anche perché sapeva di “oriente”, di Adriatico, un mare che, allora, culturalmente ed economicamente, era “nostrum”. La “pronuncia” veneta esotico, raffinata, venne presto assimilata anche da un giovane perugino che avrà la sua bottega in via del Circo. Angelo Morettini fece il suo apprendistato nelle aule in cui si respirava aria di Vici e di Rossi. Assimilò, capì e riprodusse, anche trasmettendo al figlio Nicola le sue conoscenze. E poi arrivano i fratelli Martinelli e si apre un’altra branca, tra Gubbio, Gualdo, Bettona Montone, Spello. A Gualdo e a Montone, per esempio, non erano sull’asse di strade consolari e il turismo del Grand Tour escludeva queste piccole valli parallele. Eppure se Totila, il re dei Goti, ammirò le vallate umbre prima di morire a Tagina e Braccio da Montone si fece forte ammirando i nativi clivi, anche noi oggi, con la motivazione di un concerto d’organo, possiamo aggiungerci sollecitazioni paesaggistiche da mozzafiato. Anche per noi che ci siamo abituati.
Brizi, docente di organo al Morlacchi, è un personaggio internazionale che, dopo il magistero di Wijand va de Pol, ha preso la strada della Germania dove si è maturato e ha trovato successo. Il suo ritorno in Umbria, “Per amore” come dice lui, è una vera ricchezza per noi che seguiamo le sue esternazioni concertistiche. Come quella, memorabile a Montone di un paio d’anni fa, dove Brizi dimostrò che la canna di organo è l’unico strumento ad emettere suono “in aeterno”: basta appoggia un peso sul tasto e la vibrazione non si spegnerà mai, e ce ne dette una estenuante conferma. Oltre al prodigioso claviorgano, che ha avuto grazie a lui anche una notevole distribuzione in Giappone, Brizi nutre un infinito amore per gli “Harmonium” che non sono uno strumento da parrocchia povera, ma ornano ancora i musei di mezzo mondo come arnesi da concerto molto apprezzati dalla buona borghesia di fine Ottocento. Vorremmo chiedergli se conosce la stampa che riproduce padre Matteo Ricci in visita all’imperatore della Cina. Siamo in pieno Seicento al religioso marchigiano, gesuita, dopo diciotto anni di attesa, fu ricevuto a corte. Nel frattempo, aveva imparato il mandarino. Ebbene la stampa riproduce Li Madou, così lo chiamavano, in abiti cinesi con le tre offerte fatte al padrone del celeste Impero: una immagine della Madonna, che immaginiamo non abbia molto interessato il sovrano, un astrolabio di cui certamente nel possedeva a bizzeffe, e uno strumento musicale che ignorava, l’hamonium, effigiato in basso a sinistra di chi guarda. Le fonti ricordano che fu il regalo più bello che l’onnipotente despota avesse mai ricevuto, e forse è per questo che padre Ricci è sepolto in Cina e venerato come un saggio. Nei minuti che Brizi, con molta pazienza, ci concede, gli chiediamo di parlarci dell’organo del Morlacchi, l’opera 396 di Pinchi, celebre organaro folignate. Il capolavoro realizzato da Van de Pol con la collaborazione del discepolo Becchetti, il vanto della istituzione che dirigeva allora l’indimenticabile Giuliano Silveri. Fu innalzato nel 1992 quando ancora Brizi completava i suoi studi. Ricorda il maestro carico di appunti di progetti, impegnato nel sogno di costruire uno strumento ideale. Per lui che veniva dalla civiltà olandese, quella dei mercanti che commerciavano da Giava e New Amsterdam, portatore del rigore della moralità luterana, si trattava di lasciare un segno forte di sé. Ricorderemo sempre questo maestro affabile, che una sera volle fare una cena con noi in un salone della rocca albornoziana di Spoleto con Gustav Leonhardt. lo avevamo apprezzato, questo biondo nordico dai grandi occhi chiari, come affabile collega e lo avevano seguito per due mesi, nei concerti itineranti sui Morettini disseminati nelle montagne della Valnerina: posti inaccessibili dopo il terremoto, ma allora floridi di una popolazione che si assiepava intorno al concerto della domenica pomeriggio. Anni Novanta, mesi di maggio e giugno, almeno due edizioni e tante pievi scoperte, piccoli gioielli di paesaggio e storia. Van de Pol ragionò da uomo di visione internazionale. Voleva uno strumento dove lo studente potesse trovare tutto quello che gli occorreva per la sua formazione quindi una illuminazione: le seimila canne che potessero suonare come in un grande chiesa della Germania riformata. Due corpi laterali, pari e dispari, per andare per toni, un corpo di pedale, grande e piccolo, con torri laterali, e la quinta tastiera con “ottava” corta, come si usava in Spagna e in Italia prime della affermazione della tonalità e dello spirito “delle sensibili”. Una cosa che riguarda Leibniz. Secoli di storia in questo Pinchi del Morlacchi, dagli arcaici ai romantici, come dire dal Morettini di san Fiorenzo a quello di Nicola in s. Giovanni in Laterano. Un laboratorio ideale di cui essere grati a Pinchi, a Silveri e a van de Pol. Cosa dire di più su uno strumento che arricchisce tutta la vita musicale cittadina. L’organo non è strumento di chiesa, ricorda Brizi, ma era il luogo sonoro degli intellettuali Alessandrini. Nel mondo romano suonava al circo, quando entrava l’imperatore. Quando le invasioni barbariche distrussero tutto in Europa, in Oriente l’Impero Romano sopravvisse fino alla conquista turca. Il basileus entrava a corte con il suono d’organo, e qui l’affresco di Foligno non fa che confermare, perché il suonatore indossa abiti damascati con ermellino. Allorché il basileus volle fare un regalo all’unico sovrano esistente in Europa, al re caroligio, gli mandò un organo. Re Pipino ovviamente non capì. Il figlio, Carlo magno era alto due metri, ma aveva il cervello fine: mise in moto la sua cancelleria e inondò le chiese europee di organi, considerandolo strumento non solo “regale” ma anche esemplificativo della Divinità celeste. “macchina meravigliosa” conclude Brizi, che ha il respiro dell’infinito e che travalica l’umanità.
Stefano Ragni
