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Castiglione del lago: Luna piena sul Trasimeno per un pianista aristocratico

Adalberto Maria Riva torna a suonare per Marzia Zacchia

27 agosto 2026

Sarà ormai una pozza spennacchiata, ma il Trasimeno, il “Tarsminas degli etruschi, quando viene illuminato dal cerchio della luna diventa ancora un immenso specchio d’argento. Pagina de Grand Tour, e delizia degli innamorati, ammesso che ce ne siano ancora in grado di alzare gli occhi dal cellulare.   Per noi ieri sera era comunque una emozione condivisibile: il cerchio lunare, pallido come non mai, esangue, livido, coperto di caligine, mostrava un volto sofferente, come emettesse uno strato di sudore cosmico. Ma nella sala del teatrino di palazzo della Corgna ci aspettava un appuntamento imperdibile, un “Chiaro di luna” di Beethoven suonato in diretta mentre il disco si alzava nel cielo, ripulendosi del malsano sudore, per brillare di nuovo in purezza. Qualcuno dei presenti, un astronomo di vaglio, Sperello Alighieri, ha notato uno spicchio di eclissi. Ma lui, si sa, è molto abituato a vagliare gli “eterni giri”.

Come tanti di noi Sperello è un ascoltatore abituale dei concerti che Marzia Zacchia, in collaborazione con l’amministrazione comunale, offre al pubblico dei turisti che ancora affollano l’elegante via di città, ristoranti e negozi come una piccola Rapallo. Lo fa da ventidue anni, in spirito di assoluto mecenatismo. Onora in tal modo la sua famiglia, i Crispolti di Casamaggiore, e si rammarica solo di non poter mettere mano al restauro della deliziosa pieve, che è inagibile per gli effetti del sisma. Per ora apprezziamo questo sforzo di assoluto mecenatismo, con l’ospitalità concessa a tanti musicisti che vengono valorizzati, un Ars Bonus che non ha prezzo. Da ventidue anni il pianista Adalberto Maria Riva è ospite abituale del cartellone. Lo ha sempre fatto con assoluto mestiere, dal virtuosismo funambolico, da Liszt a Fumagalli, esplosive escursioni su tastiere roventi, alla delicatezza di trame riposte e mormoranti come ieri sera. Che poi il plenilunio di agosto coincidesse con la sua esecuzione del “Chiaro di luna” di Beethoven è una circostanza fortuita che ha aggiunto valore alla meditazione su una tastiera che è stata accarezzata come una creatura di affezione, con tenerezza, anche quando si è dovuto alzare, per forza di cose, il ruggito del finale. Stavolta il musicista lombardo non ha voluto mostrare i muscoli. Certo, per lui percorrere uno Scherzo di Chopin come l’op 31 è solo uno sgranchire le cartilagini. Ammiriamo molto il suo modo di aggredire e risolvere i passaggi tecnici: sembra quasi che chieda scusa al pubblico per dover mostrare l’evidenza di tanto sforzo. Piuttosto Adalberto ha voluto offrire un prezioso momento di cosa sia l’intimità del suo suono che sappiamo essere vellutato, ricco di risonanze interiori. Ecco allora i due Improvvisi di Schubert, la bemolle, maggiore e minore, collegati dalla medesima istanza espressiva. E la cifra di questo intimismo si è poi diffusa sulle altre pagine chopiniane in programma, Mazuruke, Notturno, una Berceuse da sogno.  Lontano dai clamori rombanti dei pianisti da circuito di Imola, il suggerimento che ci offre lo strumento di Riva è di ascoltare con orecchio interiore, per calmare il fragore di questa vita che sta diventando sempre più cattiva, con le sfumature di un pensiero leggero come una impalpabile pagina di romanzo. Per chi ha un po’ di anni la sua tastiera ricorda quella di un grande del passato Dinu Lipatti, il pianista che “mormorava”. Non è merce di oggi, ma un concerto di Adalberto fa sempre riflettere

Stefano Ragni

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