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“Elisir d’amore” al Teatro Nuovo-Giancarlo Menotti

Lirico Sperimentale alle stelle con il capolavoro di Donizetti

Spoleto, 19 settembre

Un titolo che è una promessa. Aprite la televisione la sera tardi e troverete una legione di maghi, ontologi, olisti, angiologi, spiritualisti e guaritori che vi assicureranno che, col solo profumo, si fa per dire, della calza del vostro amato bene, potrete recuperare il suo affetto. Magari spedendo il tutto a un Cacicco del Perù che annuserà ed emetterà il suo verdetto. La polizia postale poi abbonda di denunce di anchilosate matrone che trovano l’illusorio amore in certi paesi africani, dove i bellocci abbondano, previo, naturalmente, cospicuo esborso. Col capolavoro di Donizetti, un titolo che per il Lirico Sperimentale non è certo una novità, è stata giocata una carta sicura. Il pubblico, è provato, vuole sempre gli stessi titoli, i cantanti a disposizione sono veramente bravi e a garantire il percorso c’è la bacchetta di Carlo Palleschi, maestro euclideo, rifinito cesellatore di una partitura che ha diretto in mezzo mondo. I dioscuri Girardi e Calai, con queste garanzie, non avevano niente da temere, e ieri sera sono stati premiati da un successo incredibile di pubblico.  Certo la regista Laura Cosso si era assunta un bel compito dopo la memorabile produzione di Gregoretti di una trentina di anni fa.  Agevolmente ha evitato il confronto, racchiudendo la vicenda narrata da Felice Romani in uno studio cinematografico con riflettori, telecamere e specchio da camerino, con tanto di corona di luci per il trucco. Gli attori, vestiti in abiti anni Sessanta da Clelia de Angelis, dovrebbero farci ricordare degli anni di Carosello, di “Sapore di mare”, del sogno delle Fiat di lusso, dai primi voli in aereo per le vacanze. Tutto funziona alla perfezione, e le scene di Andrea Stanisci e luci di Eva Bruno sono perfettamente adeguate. Tra le migliori “invenzioni” segnaliamo il costume rosso di Dulcamara e lo sfondo analogo che lo circonda nelle sue apparizioni. Un capolavoro poi quegli stivaloni bianchi di Adina, sogno di ogni pin-up russa approdata in Italia per sedurre polli, cronaca, niente di offensivo. Quando poi Belcore, il sergente sbruffone, si presenta vestito da rappresentante di giocattoli di soldatini e blindati con cui dovrebbero giocare i ragazzini, qui c’è un intoppo. Oggi i bambini non sono interessati a quei giocattoli che affascinavano noi. Qualcuno dovrebbe ricordarsi dei modellini dei carri armati e le autoblindo inglesi, i mitici e costosissimi Dinky Toys, oggi prezioso oggetto di antiquariato. E lì mancava la nota del “Miles gloriosus” che da sempre accompagna il personaggio che vorrebbe vedere cadere ai suoi piedi ogni donna. Oggi i militari sono ingegneri e hanno altro da pensare, ma per l’immaginario collettivo Donizetti aveva preparato un ingresso memorabile: quattro pennacchi, un tamburino e un drappello di militi in sgargianti uniformi napoleoniche. In ogni teatro del mondo l’Italia la pensano così, un esercito di “re trombetta” che è meglio avere come avversario che non come alleato. Fate una visita al sacrario delle tremende battaglie di Solferino e san Martino: la metà dei caduti è francese e senza di loro non ce l’avremmo fatta.

Niente da criticare, perché oggi con i problemi che ci creano Russia e Ucraina le forze armata italiane avranno le loro gatte da pelare. In sostanza un allestimento funzionale e coerente. Quel che ci è mancato è il sapore, il profumo, l’afrore di concime animale della terra padana che potrebbe fare da contorno a una storia che Alberto Bevilacqua ha più volte narrato, una pianura agricola dove i contadini- mietitori cantano la loro allegria. E nessuno ha mai sentito un mezzadro inneggiare al suo martirio sotto il sole di luglio. Non ci era arrivato neanche il Guareschi di Don Camillo e Peppone. Ma sentir cantare la straordinaria soprano “soubrette”, Ariadna Vilardaga che con quelle incredibili calzature bianco-vernice sembrava proprio una “Califfa” accresceva la curiosità di sapere cosa le passasse per la testa quando scopre che il disistimato e scocco contadino è diventato ricco come un brianzolo figlio di papà. Lo sciocco ragazzo che non sa riconoscere un bicchiere di vino da un medicamento magico era impersonato dal simpaticissimo Joaquin Cangemi, che ha gradualmente acquisito padronanza vocale nel corso dell’opera, avendo ragione di “Una furtiva lagrima” cesellata con Palleschi in un bellissimo ricamo. Edoardo  di Cecco e Davide Romeo erano i due “buffi” efficaci nelle loro sparate. Giannetta di Benedetta Grasso era la portavoce di un coro splendidamente preparato da Mauro Presazzi. Orchestra Calamani, sempre più affinata e resa molto credibile dalle cure di Palleschi. In finale due ragazzi del Lirico offrono agli spettatori che offrono un assaggio dell’Amaro Dulcamaro, che molti di noi sono costretti a rifiutare per problemi di guida. Consigliamo a tutti di prenotarsi per le repliche ad Assisi, Perugia e Città di Castello. Questo spettacolo risponde perfettamente al teorema di Tommaso Bori: un euro investito in cultura ne rende tre.

Stefano Ragni

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