OTTANTUNO PRIMAVERE PER “ANNI ACERBI” CHE MATURANO BENE.

PERUGIA, 23 SETTEMBRE 2026
In san Pietro, ora e sempre la “Betlemme” della musica perugina, lo aveva detto bene la presidente Anna Calabro quando annunciava la vincitrice del manifesto di cui si orna la attuale edizione della Sagra Musicale Umbra. La sera di sabato scorso era una grande data perchè ci si attendeva un concerto superlativo, come in effetti è stato e perché si ospitava, in sala, la figlia del fondatore del più eminente Festival dedicato, da sempre, alla musica religiosa, Maria Francesca Siciliani. La regista, attrice e dirigente di teatri lirici importanti era qui con noi per ricordare una data significativa, quella dei trenta anni della scomparsa di suo padre, il fondatore di Sagra e Amici della Musica, Francesco Siciliani, discepolo capitiniano, quel “padre costituente” della musica italiana del dopoguerra che prese le vie del mondo dopo aver lasciato alla sua città una eredità intramontabile. Ma prima di parlare del passato la presidente della Fondazione “Perugia musica classica” ha voluto dire del futuro, di quei giovani a cui lei, madre e pediatra clanica vuole instillare, come un vaccino benefico, l’amore per la musica. Ecco allora, da alcuni anni, il concorso per il miglior manifesto, aperto agli studenti della Accademia di Belle Arti coordinati dal prof. Tortoioli. La bella immagine di giovani che corrono su una tastiera, viola e giallo complementari, è di Alessia d’Ambrosio, studentessa di Art Design delle Belle Arti, ma giustamente la presidente ha voluto che anche le altre proposte, tutte peraltro molto interessanti, venissero esposta sotto il portico del chiostro maggiore. E veniamo al secondo aspetto della serata. La presidente si rivolgeva direttamente alla figlia di Siciliani, evocando amicizie familiari e frequentazioni giovanili di quando il maestro invitava la sua famiglia nei palchi della Scala, dove era direttore artistico. Maria Francesca ascoltava, sepolta in seconda fila. Ce la saremmo aspettava collocata nella sedia di prima fila, la terza a destra, luogo abituale in cui il Maestro ascoltava i concerti, partitura in mano e l’immancabile bocchino con sigaretta spenta. Ma il suo messaggio Maria Francesca, comprensibilmente troppo commossa per parlare, lo aveva già mandato, facendo pubblicare nel prezioso quaderno redatto dal dottor Starling la sua testimonianza di affetto senza fine: “Grazie papà per tutto quello che ci hai lasciato. Hai fatto parte dei Padri Fondatori dell’ Italia dopo la distruzione della guerra, facendo rinascere la cultura umanistica e musicale del nostro paese. Insieme a Strehler e Grassi avete averta ricreato il teatro alla nostra nazione dando così alla Nazione anche quella importante coscienza civile che era stata infangata e perduta. Hai lasciato a noi figli il massimo che si potesse sperare. Ti amiamo profondamente. Ringraziamo oggi chi si prende cura con dedizione della tua Sagra Musicale che oggi ti ricorda nel trentennale della tua esistenza a far musica con gli angeli”.Infine la musica, che era quella beneaugurante di Mozart. Sullo spazio dell’altare, dove nell’era Siciliani si montava il grande palco per coro e orchestra, ora, francescanamente, il pianoforte sul nudo marmo. Lo suonava una maestra di eccellenza, che in progressione si faceva affiancare da suoi discepoli. La formula perfetta per il progetto di “Anni acerbi” immaginato dal direttore artistico Bronzi, quando il giovane “ di bottega” si affianca a maestri eccellenti. Tre concerti mozartiani, per uno, due e tre pianoforti. In progressione ideale, da quelli salisburghesi al primo con cui Mozart spiccherà il volo appena arrivato a Vienna. Per la precisione il K 449 suonato dalla splendida Angela Hewitt, che dirige in maniera impeccabile dallo sgabello. Un gesto plastico e molto comunicativo per una Orchestra Regionale Toscana sempre più pregevole nelle sue risposte. Pianismo forbito ed elegante, pieno di sfumature suggerite anche alla compagine orchestrale. Poi i due pianoforti del K 365. Alla seconda tastiera il discepolo Jonathan Ferrucci, un fiorentino pieno di idee e di progettualità timbriche. E ci stanno gli applausi scroscianti. Poi il K 242, con la deliziosa Julia Hamos a fare la parte di Josepha, la terza della famiglia Lodron. Anche lei una delizia. Si festeggia, ma le ore scorrono veloci e già siamo a recensire la bellissima conferenza di Massimo Carminati che ha aperto martedì pomeriggio la sessione di appuntamenti che la Sagra tiene nell’aula magna di palazzo Gallenga. Tutto era partito da qui nel 1937, con il conte Guido Carlo Visconti di Modrone. Nel ’46 Siciliani riprese il filo con le sue lezioni in questa aula. Il commissario straordinario Aldo Capitini, lo aveva nominato primo docente di Storia della Musica stabilizzato. Carminati, che è presenza ormai cara della Sagra, ci ha parlato di maestri e allievi: i nomi sono quelli di Michelangelo, Raffaello e Bernini i giovani che si faranno grandi artisti. Il filo rosso tra Sagra e Stranieri che Anna Calabro ha voluto risaldare era accentuato dalla presenza già alla serata inaugurale dei due prorettori della Stranieri, i professori Asdrubali e Marini, da sempre attenti alle manifestazioni musicali che si collegato con le attività dell’ateneo internazionale. Ieri sera, infine, un altro magistrale concerto quello del complesso “L’appassionata”. E’ una formazione di èlite che il maestro bronzi si è cucito addosso, usandola come una orchestra personale mentre siede, opportunamente, davanti al suo violoncello. Bach e i figli. Per uno che ne ha avuti ventuno c’era solo l’imbarazzo della scelta. Bronzi e sodali ne hanno pescato tra i migliori, suonando due Brandeburghesi paterni, il quarto e il quinto, con una intonazione altissima. Prima un Johann Cristoph Frederik, una Sinfonia in re minore che era tutto uno scatto di un ragazzo che vuole sfuggire al modello paterno. Molto efficace. Poi un Wilhelm Friedmann, una saturnino Sinfonia che si chiude con dei minuetti. Siamo già nei campi elisi del Rococò. Infine l’ingresso dell’ospite speciale, il franco-elvetico Emmanuel Pahud. È il primo flauto dei Berliner e non ha bisogno di credenziali. Suona lo strumento di re Federico Secondo di Prussia e interpreta una di quelle opere che Carl Philip offriva al bellicoso sovrano per le delizie di Sans Souci. Musica fremente, bollente, ai limiti dello “Sturm und Drang” anzi ci è proprio dentro, con un furore wertheriano. Pahud lo vitalizza in tutte le incredibili componenti virtuosistiche. Se il re lo sapeva suonare era certamente meglio come flautista che come stratega. Applausi che non finiscono in un san Pietro che ribolle come ai tempi del “vecchio” Siciliani. “Appassionata” è un gruppo di “giovani” in cui credere e ha molte credenziali per confermarsi come un complesso da esibire come un diamante.
Stefano Ragni