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Fiati perugini a “Umbria che spacca”

all’alba e, la sera, il talento del giovane Guido Ciarfuglia: una giornata dal giardino botanico di san Pietro a santa Cecilia.

30 giugno 2026

C’era una sottile frescura quando, prima delle sette, entravamo nel corridoio di piante che consente l’accesso al giardino medievale, la preziosità cittadina delle erbe officinali preservata dalla antica spienza del monaco benedettini. Alla sinistra del muro di cinta il probabile passaggio, la porticina aperta dello scellerato traditore che fece entrare gli Svizzeri del XX Giugno.  Immaginiamo il fragore delle armi e la sorpesa dei patrioti sopraffatti anche alle spalle. Brutta storia che ancora evochiamo con esecrazione. Ora, nel nitore del sole che comincia già a scottare, alcune persone avevano appena terminato una seduta di yoga e ripiegato nello zaino lo stuoino. Si sentivano già di suoni dei fiati della orchestra da Camera di Perugia che accordavano gli strumenti. Quando infine sono entrati   una bella cromia delle vesti delle ragazze spezzava il noioso nero dei colleghi: sono sette, e li presenta Simone Frondini, l’oboista che sovrintende anche alla organizzazione delle attività di una orchestra che, come ha dimostrato nel recentissimo concerto con la Hewitt, sa suonare veramente bene. Flauto, oboi, clarinetti di cui uno basso, il fagotto, il corno, una bella formazione in grado suonare molto repertorio opportunamente strumentato da Luca Franceschelli. L’occasione è molto innovativa, come sottolinea Simone, perché per la prima volta una formazione classica viene inserita nel festival “Umbria che spakka” con le sue peculiarità di repertorio. Una collaborazione gradita a giudicare dal consenso del pubblico che applaude ogni numero, anche quelli più accademici come la “Chant du matin” di Elgar.  Per fortuna ci sono aperture al repertorio rock e alla musica da film, che rende molto agevole seguire i singoli numeri in una perfetta immersione nell’ambiente vegetale: Glass, Beatles e Fabio Concato, un classico che riemerge a distanza di decenni. Il concerto appartiene a un filone che la Orchestra perugina segue con particolare attenzione, la “Musica come dono”, progetti di ascolto nei luoghi del disagio e del dolore, come ospedale, case di cura, carceri, case per anziani.

Facciamo passare prudentemente la giornata particolarmente calda e la sera, con l’asfalto che ancora bolle, raggiungiano santa Cecilia: l’oratorio dei padri filippini, nonostante la ariosità borrominiana, non fa sconti e chi può agita i ventagli. Si tratta di ascoltare un giovane pianista perugino che seguiamo da anni con interesse, il diciassettenne Guido Ciarfuglia. Impettito come un aitante adolescente che sfiora la sua maturità Guido si presenta in nero e camicia bianca. È snello e agile come si deve essere alla sua età e tutto da lui emana freschezza ed entusiamo. Affronta un programma molto interessante e ben modulato, partendo da una accattivante danza andalusa di Granados, per perdersi poi nei lussureggianti fantasmi sonori di Arabesque di Schumann. I grandi pianisti lo proponevano una volta come bis, ma in realtà è una pagina molto complessa, dove lo smarrimento della fantasia tocca, nella apparente semplicità, almeno un paio di momenti altissimi. Pagine molto consona a Guido che è un ragazzo pieno di sensibilità e vanta una mano che sa muovesi con leggerezza su una tastiera fluttuante. Molto ben calibrato poi il Mozart della Sonata K 283. Qui bisogna sottolineare il particolare tipo di approccio timbrico ottenuto da Guido, un suono perlaceo e leggero, come sapevano fare i grandi del passato, Gieseking in particolare. Ha chiuso il suo impegno con il poderoso polittico dei “Quadri di una esposizione” la saga con cui Musorgski ha saputo raccontare le introspezioni della grande anima russa. Musica piena di inquitudine, profondamente religiosa ma Guido, alla sua età non può saperlo. Meglio fare la voce grossa sui numeri più topici, Baba Yaga, i due ebrei, il carro dei contadini, ma ci è piaciuto molto il clima di tenerezza del “vecchio castello”. Quando arriva alla “grande porta di Kiev” Guido dimostra di aver saputo ben distribuire le sue forze nel corso di tutta la passeggiata tra le tele di Hartmann, e sa ancora trarre dalle sue mani la nobile compostezza di una architettura immaginaria ma appunto per questo più potente e visionaria.  Ci vogliono tre bis per convincere il pubblico ad andarsene, quindi successo registrato e messo in classifica, pronto per ulteriori prove. Siamo contenti di averlo applaudito.

Stefano Ragni

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