“Giovanni da Verrazzano”, un libro di Antonella Valoroso
sul grande esploratore toscano che approdò per primo nella baia di New York e finì mangiato dai cannibali.
Ricordato il contributo di Uguccione Ranieri di Sorbello.

Perugia. 5 maggio 2026
Si può leggere in questi giorni il bel volume che Morlcchi editore ha pubblicato nelle sue collane con la promozione della Fondazione “Ranieri di Sorbello” e il patrocinio di un ventaglio di istituzioni che vanno dal Comune di Greve in Chianti alla Fondazione “Romeyne Robert and Uguccione Sorbello”, la Fondazione “Giovanni da Verrazzano”, il “John Calandra Italian America Institute”. La pubblicazione che circola dall’autunno scorso, pochi giorni fa, il 22 aprile è stata presentata anche nella palazzina Valitutti dell’Univerità per Stranieri nel contesto delle lezioni del corso di “Politiche di promozione dell’Insegnamento dell’italiano nel mondo” tenuto dal prof. Roberto Dolci. Le eleganti dimensioni del testo, ricco di foto e articolato da un testo biligue a pagine speculari è di una ricchezza unica per la preziosa operazione di ricerca archivistica effettuata dalla dottoressa Valoroso, giovane studiosa internazionale, personaggio di spicco sia dalla Fondazione Sorbello che del “Sorbello fellowship”. Dalla sua collaborazione con Ruggero Ranieri è poi nato il volume che ricorda la figura di uno dei più grandi intellettuli perugini del secolo, Uguccione Ranieri di Sorbello, grande personaggio della guarre di Liberazione, intellettuale profondo, divulgatore e giornalista che ha contribuito a diffondere sempre più la promozione della nostra città nelle sue vesti di addetto culturale nelle istituzioni americane e di funzionario del Ministero degli Esteri. Con la metropoli della Grande Mela Uguccione mentenne un profondossimo rapporto grazie alla pubblicazione di una rivista “Italian scenes” che diffondeva in lingua inglese il meglio dei prodotti di quanto la cultura italiana realizzava negli anni Sessanta. Che poi erano il periodo d’oro della “Dolce vita”. Oggi Antonella sta procedendo alla digitalizzazione di queste pagine che raccolgono una quantità incredibile di informazioni su quanto allora come oggi fosse soprattutto la condivisione della cultura a unire le due sponde dell’Oceano.
Il libro su Giovanni da Verrazzano, il navigatore chiantigiano a cui è dedicato il ponte su cui si svolge la mitica maratona, è un ulteriore tassello di una ricerca complessiva che ha per oggetto quanto Uguccione di Sorbello ha realizzato nella sua vita operosa. Inserendosi nel dibattito che agli inizi degli anni Sessanta divideva gli studiosi sulla opportunità di dedicare il ponte che stava sorgendo fra State Island e Brooklyn, Uguccione si operò con fervore a favore della sua intitolazione allo scopritore edella baia su cui Hudson entrò molti anni dopo. Era infatti il 17 aprile del 1524 quando il navigatore al servizio del re di Francia scoprì il braccio della baia “The Narrows” e chiamò la parte superiore Angouleme, in onore del paese che aveva armato il suo vascello. In una memorabile lettera inviata a re Francesco primo, Verrazzano certificava in lingua volgere italiana l’importanza della scoperta che precedeve di oltre ottanta anni l’arrivo di Hudson in quella che poi sarebbe diventata New York. Messa da parte la Francia, la questione della intitolazione del ponte era una faccenda tra noi italiani e gli americani, comprese le non poche componenti etniche già allora impegnate nel serrato dibattito. Il libro curato da Antonella documenta con assoluta competenza, le fasi di una lunga opera di diplomazia culturale che portò, il 21 novembre del 1964, alla intitolazione del ponte alla memoria di un navigatore che era partito dalla nativa Grave in Chianti ed si era trasferito a Dieppe, dove mercanti fiorentini, che facevano capo a Lione, esuli della città ormai egemonizzata dai Medici, operavano per la apertura di nuove rotte commerciali per il Catai. Con i suoi articoli sulla “Nazione” e con le pagine del “The italian scenes” l’operatività di Uguccione Ranieri e favore della titolazione del ponte a Verrazzano, è ampiamente domentata in relazione a quanto il gentiluomo perugino realizzò sia a Washington, quale addetto culturale all’ambasciata dal 1953, sia a New York, come responsabile dell’ufficio culturale del Consolato Generale d’Italia. Tra le tante cause a cui dedicò le sue energie, il ponte fu una di quelle più appssionatamente perseguite. Si formò allora un gruppo di lavoro che era guidato dal console generale italiano, Carlo de Ferraris Salzano e comprendeva, oltre a Ranieri di Sorbello, Lino Lipinsky de Orlov, curatore del Museo della città di New York, John La Corte, presidente della “Italian Historical Society of America” e Fortune Pope, imprenditore e proprietario di testate gornalistiche. Anche in Italia si crerò un comitato promotore che faceva capo allo scrittore Bino Samminiatelli. Ma il discorso era partito da lontano e di questa indagine si fa magistralmente carcio il libro della Valoroso, ripercorrendo le tappe di un processo che coinvolse cantanti liriche di grido come Rina Telli, soprano mascagnano impegnata nella canzone a Verrazzano musicata da Vincenzo Alberti, il governatore Rockfeller, il giornalista Gay Talese, il professoe Roberto Almagià, docente dell’Università di Roma, il sindaco di New York, Robert Wagner, il ministro Amintore Fanfani, l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni. Una maniestazione tangibile del fervore con cui fu seguita questa questione fu lo scambio di pietre realizzato tra New York e Greve: quattro per parte, quelle chiantigiane incoroporate nella fondamente del ponte, quelle americane dello scasso ancora visibili nella cittadina chiantigiana. Dopo l’inaugurazione del ponte, Ranieri di Sorbello seguì con il consueto ardore sia la costruzione di un monumento a Verrazzano innalzato nella cittadina francese di Dieppe, che quello realizzzato a Providence, nello stato di Rodhe Island, a ricordo di quanto il navigatore aveva visto dalla tolda della sua nave, la “Providence”. Il 1967 fu anche l’anno della grande esposizione “delle Americhe”, realizzata a st. Antonio, in Texas. Era l’ultima occasione per Uguccione di valorozzare quallo che chiamava ormai il suo “barbuto di Greve”, perché la morta lo colse prematuramente nel ’69. Ma ormai il navigatore toscano, grazie anche allo studioso perugino, aveva acquisisto il suo posto nella storia. Sfogliando queste pagine della pubblicazione ci chiediamo se l’autore del romanzo “La bella in mano al boia” rievocazione di una cupa storia presente in ogni libreria cittadina e del popolarissimo affresco “Perugia della Bell’Epoca”, arazzo del passaggio della nostra città dall’oscurantismo papale al secolo della democrazia, non meriterebbe una qualche considerazione nel contesto dei “padri della patria” cittadini. Uguccione non solo ha amato la sua città e ha fatto circolar ovunque il suo nome, ma ha servito il suo paese nel difficile passaggio dalla dittatura alla libertà, servendo l’esercito di liberazione con rischiose imperse militari in operazione dove la vita era appesa a un soffio. Gentiluomo di antica stirpe non chiese onori né pretese prebende, e continuò a mettera la sua vita a disposizione di un ampio progetto di sponda tra due continenti di cui in “Varrazzano bridge” è solo un appasssionante tassello. Se ricordare non è una pretesa inopportuna, forse un busto di Uguccione nel giardino dei saggi cittadini, nel giardinetto di sant’Ercolano, accanto a Dottori, Miliocchi e Mastrodica, non sarebbe una pretesa esorbitante. La Fondazione che tuttora onora la sua eredità, col suo pozzo etrusco e il palazzo di piazza Piccinino, residenza storica frequentata ogni anno da migliaia di turisti è la reale testimonianza di un “genius loco” che non si estingue. Il ricordo di Verrazzano è un tassello in più anche perché, come ricordava Antonella Valoroso, il chiantigiano, a differenza di Colombo e di Vespucci, non è uno “scopritore” divisivo, in quanto non ha conquistato e saccheggiato, ma solo scoperto e fatto conoscere. Con uno sguardo che non solo “guardava”, ma soprautto “vedeva”. Oltretutto, con un singolare destino, nel Nuovo Mondo ci rimase lettralmente in carne ed ossa perché, questo autentico personaggio che incarna il prestigio e la identità italiana nel mondo, nel 1528, durante un approdo in Florida, a Gran Bahama, fu trucidato e mangiato arrsto dai nativi indiavolati. Non se lo meritava proprio un uomo che era stato portatore di tollerena e di rispetto verso questi popoli sconosciuti a cui era andato incontro con fiducia e amicizia.
Stefano Ragni
