Junge Deutsche Philarmonie al Morlacchi per gli Amici della Musica
Capolavori del Novecento con il fascino di Bomsori e una orchestra di freschi talenti

Perugia, 21 marzo 2026
Sarà questione che il giorno dopo prometteva di entrare la primavera, ma il concerto di ieri sera era atteso con una straordinaria euforia. Orchestra di lusso, di quelle tedescone che una volta erano una consuetudine e oggi sono una assoluta rarità. E un programma di confronto con le fonti storiche del Novecento. Ideale per testare il rendimento di una formazione di giovani che avevamo già ascoltato anni fa, probabilmente addirittura in una sinfonia di Bruckner. A questo proposito gli Amici della Musica, oltre a obbligarci a leggere il programma di sala, stampato ormi a caratteri “colibrì”, con spazi bianchi inutilizzati e scritte millimetriche indecifrabili, dovrebbe anche mettere mano al progetto di redigere un annuario, uno di quei volumoni che raccolgono le “res gestae” delle ultime stagioni, evitando di confondere personaggi e date, correndo il rischio, tra l’altro, di passare “in cavalleria” un passato che ci appartiene in tutta la sua ricchezza. La precedente pubblicazione, tre volumi che sono uno scrigno di bellezza, è fermo al 2006. E di cose ne sono passate in questo quarto di secolo, tanti musicisti ci hanno offerto la loro umanità, tanti giovani si sono invecchiati e tanta musica è passata tra Notari e Morlacchi. Si sono succeduti anche tre direttori e artistici e due presidenti. Sarebbe ora di fissare sulla carta queste tappe che sono state decisive per la formazione e la maturazione di tanti di noi. La comunità dei soci è ormai compatta, entusiasta e fedele, il lavoro sui giovani fortemente voluto dalla presidente Calabro ha prodotto ottimi frutti e il futuro che ci aspetta sarà affrontato con le garanzie della serietà e del senso etico di cui il sodalizio ha dato prova nei suoi ottanta anni di vita.
Anche perché i tempi cambiano, si succedono nuove generazioni di interpreti e si avvicendano gli atteggiamenti stilistici. Ma la musica del passato non cambia, neanche quando si cerca di strapazzarla. Questo ricambio di musicisti che affrontano il peso della storia avviene sotto la forte responsabilità di chi si è fatto carico di traghettare una eredità che ci hanno lasciato i nostri padri a chi verrà dopo di noi. Questa presenza della Giovanile tedesca stabiliva un punto fermo in questo continuo processo di arricchimento che gli Amici ci offrono, anche se poi, ieri sera, si sarebbe voluto un pubblico più numeroso. Si capisce, il programma non era di immediato riscontro spettacolare. Aprire poi con un poema sinfonico di Richard Strauss che non suona proprio bene bene in tedesco, “Tod und Verklarung”, ma in italiano vuol dire proprio “Morte e trasfigurazione” non dispone al sorriso della novella stagione. Piace ascoltare questa musica densissima dai giovani tedeschi, con i ranghi degli strumentisti arricchita da visi che proprio germanici non sono. Segno che la patria di Beethoven e di Kant è ancora molto attrattiva per chi studia la musica di tradizione. Un bel polmone avviato da un direttore che era presente nel programma come compositore. George Benjamin è un londinese di formazione parigina e di successi riconosciuti ovunque. Ma come spesso accade ai compositori che non sono direttori di formazione e di talento, il suo gesto era pigro e si limitava a battere diligentemente il tempo, trascurando anche di dare gli attacchi previsti. È chiaro che la Junge è preparata certamente da maestri di grande mestiere, ma non si deve applicare al podio il teorema che un ottimo compositore sia anche un bravo direttore. Ha funzionato per Mahler e, indubitabilmente per Boulez. Ma ha “toppato” con Stravinski e con Penderecki e ha appena pareggiato con Morricone e con Piovani. Certo l’attrattiva di avere un compositore che concerta una sua produzione va messa sulla bilancia, ma anche il Concerto del 2021 che Benjamin presentava non era proprio un fior di attrattiva. Bella musica, molto funzionale, ben scritta e piacevole per l’impegno che richiede dagli strumentisti, ma generativa di una “triste forma di gioia”, e la citazione è illustre. Se c’era un momento in cui il pur garbato e compassato Benjamin ha dovuto rimboccarsi le maniche è stato nel tenere a bada quel puledro di razza che era la violinista Bomsori, la piccola, ardente coreana che impugna un Guarnieri del Gesù del 1725. Una statura da bambola, un viso sorridente e comunicativo e una cavata tale da ridare vita a una pagina di un musicista marginale come Karol Szimanovsky. Il suo Concerto del 1916 è un affresco senza respiro che fa dialogare il solista a “perdifiato” con una orchestra lussureggiante che abita “con lusso” una dimora del primo Novecento: non è Liberty e non è cubista, è moderna, ma non è avventurosa, è coinvolgete ma non è lussuriosa. Ci voleva proprio questa affascinante creatura a suonarla con tanta convinzione trascinandoci nel vortice di un inquietante percorso tra fantasmi di cui non leggevamo i volti. In sala molti erano convinti dell’alto talento di Bomsori e la hanno chiesto un bis, uno solo purtroppo, un brutto Kreisler tutto “virtuosismo”, come piace agli orientali.
Chiusura con lo scintillante affresco di “La mer” di Debussy, una continua polluzione di sonorità che ci ricordano ancor oggi come questa musica abbia avuto il merito di svegliare il mondo della musica dai languori del wagnerismo con un colpo di coda verso la modernità. Veramente bravi e pazienti i giovani teutonici a produrre sonorità voluttuose e polpose, una lussureggiante vetrina di luci e colori. Alla fine, i ragazzi hanno anche voluto festeggiare il direttore con ripetuti calci sulla pedana. Si usa così. Ma era comunque nella misura di una buonissima educazione. Ce ne fossero di serate così!
Stefano Ragni
