La Spagna misteriosa e pagana di Manuel de Falla con Saiako Obori e Maria Ponomarova.
Agimus a palazzo Gallenga

Perugia, 10 aprile 2026
Centocinquanta anni dalla nascita di Manuel de Falla il musicista che meglio seppe incarnare i caratteri musicali di un popolo che con la sua musica ha conservato più di altri le profonde pulsioni che legano la civiltà europea alle sue origini ancestrali. Con la sua “feria”, con la corrida, cruenta esibizione di quella ferocia primigenia coltivata negli antichi riti cretesi, con il flamenco, il canto fatale, che nel lamento del “cante jondo” narra del dolore infinito della esistenza. Preda molto ambita dai musicisti dell’esotismo, i russi pe primi, con Glinka e Rimsky-Korsakov, i francesi, Debussy e Ravel, che da parte sua era mezzo iberico. Gli spagnoli si sono difesi con la “zarzuela” e sono andati a studiare a Parigi, per rivestire di accademismo i loro ritmi di danza, intramontabile e ineludibile sigla di appartenenza alla civiltà della passione e del furore. Da Felipe pedrell, il maestro di tutti, ai suoi discepoli Albeniz, Granados e De Falla, il battesimo parigino è stato il viatico per confermare la convinzione che essere “popolari” è una virtù e immergere la propria ispirazione in quello che la tradizione ha conservato al disotto della dura scorza cristiana è una ricchezza alla quale non si può rinunciare. La sezione AGiMus perugina non poteva mancare di sottolineare nella sua programmazione una data quasi tonda per celebrare un musicista tutt’altro che marginale nella Europa del primo Novecento. Con le sue opere, con i suoi balletti, tutti esposti nella lussureggiante vetrina della “Ville lumière” De Falla si è guadagnato la collaborazione di Picasso e di Djaghilev acquisendo una fisonomia internazionale confermata anche nell’ esilio seguito alla rivoluzione franchista. Dopo aver onorato la storia del suo paese con “La vida breve”, “El amoro Brujo”, “El sombrero a tres picos” e il “Retablo de maese Pedro”, De Falla, dopo averci fatto assaporare gli aromi della sua “Notte nei giardini di Spagna”, ha voluto onorare anche la memoria di Cristoforo Colombo con la sua opera esoterico Atlantida”, rimasta incompiuta, ma indicativa di un vivere e sentire la propria storia con una visione fantasmatica di un passato ancestrale che riemerge nella modernità di un nuovo mondo che sorge. Il maestro Silivestro, purtroppo assente al pomeriggio di ieri, ha voluto affidare a una formazione consolidata l’onere di tratteggiare cameristicamente la figura di questo popolare musicista. Abbiamo potuto quindi ancora una volta apprezzare la bella fusione che esiste tra la violinista Saiako Obori e la pianista Maria Ponomarova, giapponese e ucraina, maturate insieme ai corsi di musica da camera che Francesco Pepicelli teneva al Conservatorio Morlacchi. Un programma ricco e lussureggiante il loro, che ha accostato la produzione di de falla e momenti musicali di Granados, Albeniz e da Sarasate, in un efficace sintesi di ritmi e di colori strumentali. La godibilissima “Suite popolare spagnola”, con l sue canzoni di Murcia e Aragona ha ricordato la profonda amicizia che legò il musicista a Garcia Lorca, uno dei più appassionati evocatori delle pulsioni di “cante jondo”, mentre i due numeri ricavati da “El amor brujo” hanno sollevato il pubblico dalle sedie con la evocazione delle danze del “terrore” e quella popolarissima ”del fuoco”. Due i momenti solistici che Saiako e Maria si sono volute ritagliare e hanno fatto benissimo a ricordarci il particolare tassodi virtuosismo che le due ragazze mettono a disposizione della loro capacità di suonare in perfetta fusione. Conclusione al calore bollente della Tarantella di Sarasate, romantico esponente di quel virtuosismo che è un “topos” del violinismo acrobatico.
Stefano Ragni
