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Musicisti umbri alla Sagra, dall’organo di san Rufino alle voci di Armonioso Incanto.

Due momenti di intensa spiritualità con la centralità della conferenza di Lucetta Scaraffia al Gallenga.

Perugia, 3 ottobre 2026

Tra le pieghe di una emissione piuttosto sparpagliata la ottantunesima edizione della Sagra Musicale Umbra ha saputo proporre alcuni momenti di rara intensità, legandoli a proposte minimali che si nascondevano tra le pieghe di una programmazione che si dava molto da fare  per manifestare coerenza con l’altissimo intento didascalico. Tutti i proponenti si sono adoperati per mostrare i percorsi formativi tra padre e figlio, maestri e allievi, come se fosse una novità che la musica si deve pure apprendere da qualcuno. A meno di non fare come Rousseau che, non sapendo leggere le note, pensò bene di inventarsi un suo alfabeto sonoro. Volle presentarlo ai saggi di Francia e si meritò solo un solenne pernacchio, passando altresì alcune notti a dormire sulle panchine dei giardini parigini, scrivendo, nelle sue memorie di quel popoloso deserto che “appellano Parigi”. Espressione che poi è fruttata un bellissimo, emblematico verso del libretto della Traviata.

Fuor di metafora, vogliamo ricordare la operosa proposta di Claudio Brizi di soffermarsi sugli organi storici del territorio. Trent’anni fa il suo grandissimo maestro Wijnand va de Pol, cattedratico del Morlacchi, realizzò un Festival degli strumenti dei Morettini: un idilliaco percorso tra pievi e luoghi romiti dove le comunità rurali avevano con orgoglio conservato strumenti il cui suono era stato uditi da antenati anche lontani.  I terremoti dispersero questo ricco patrimonio di storia e di umanità. Ma ora Brizi, succeduto al maestro nella cattedra perugina, ha fatto onore alla eredità percepita, puntando su una serie di manufatti cittadini che non richiedessero di particolari restauri. Per la domenica scorsa si è trattato dello strumento della chiesa madre di Assisi, millecentosessantanove canne per una macchina di stagno, piombo, legno di abete e noce. Una macchina da guerra sonora costruita tra il 1848 e il ’51 dai Martinelli. Avendo come lavorante il giovane Nicola Morettini.  Era scoccata la prima guerra di Indipendenza e tra poco Garibaldi sarebbe sbarcato in Italia per dare vita alla Repubblica Romana. Qui, nella brutta architettura assisana che ha fatto scempio delle fondamenta romane, si pregava biascicando litanie, ma questo organo strepitava di vita e di gioiosità. Del ripristino di questi echi si fatto carico Marco Valentini con un sapiente restauro, ricostruendo letteralmente un registro che era scomparso, un flauto. Come un rapace dall’occhio svelto Brizi ne ha subito approfittato per fare di questo flauto il protagonista di un suo personale adattamento di uno dei concerti “La notte” scritti da Vivaldi. Per il flauto solista appunto. Ce lo siamo goduto distribuito fra gli altri pezzi proposti da Brizi, musiche infantili di Mozart, un Pergolesi, Bach di una sconosciuta Ciaccona, il giovane Puccini che si guadagnava i primi soldini come organista, mentre già faceva preannunciare gli accordi “esotici” dei suoi futuri melodrammi. Un bel concerto, non c’è che dire, ma abbiamo scoperto che l’unico punto da cui si percepisce la bellezza delle sonorità del Martinelli sono i sedili dall’ingresso, pietroni della antica cisterna, proprio in fondo alla chiesa. Solo da qui, purificandosi l’aria dalle sovrapposizioni degli echi, si assapora la purezza di un suono scandito, marmoreo, marziale e prepotente. Bisognerebbe abbattere questi pilastri orrendi e restituire alla sua architettura originale uno spazio sacro violato già dal Barocco, ma la proposta è semplicemente irrealizzabile. Chissà cose ne pensa la piccola statuina dell’organista che suona chino nel suo strumento, con un discepolo che aziona il mantice. E’ collocato nell’archivolto del portale esterno, e la tradizione vuole che sia Gioacchino da Fiore intento a far musica. Lui, il protagonista della terza Età quello dello Spirito, una delle figure profetiche da cui è scaturito l’Alter Christus, san Francesco, salutato come “Oriens solis”. Questa bellissima facciata narra di un profeta che in un trattato, “la lira a dieci corde”, per dirla in italiano, precedette l’avvento del fulgore della figura del santo Serafico. Quando i Santi erano una cosa seria.

Di “santità° femminile violata si è parlato due pomeriggi dopo nell’aula magna di palazzo Gallenga. Qui una delle più vivaci intellettuali italiane, Lucetta Scaraffia, accompagnata da Ernesto Galli della Loggia, ex-docente all’ateneo cittadino, ha parlato del martirio delle “donne del 7 ottobre”, collocandole in una conferenza dal tema “La fine del femminismo”. Non abbiamo visto una sola femminista cittadina presente. E dire che sembrano tante. Il tema era altissimo ed è strato trattata nelle modalità che tutti avremmo voluto condividere. Pubblico ammutolito, perché nessuno si sarebbe aspettato questa presa di posizione a favore delle vittime del pogrom più crudele dei nostri giorni. Molto precise le critiche alla perniciosa cultura Woke.  Silenzio dei presenti, una voce si alza, quella di Ilaria Borletti Buitoni che ha dichiarato di aver condiviso al “duecento per cento” ogni parola della Scaraffia. Parla la “première Dame” milanese anche della associazione da lei creata all’indomani del massacro del 7 ottobre, cosa che le ha procurato ostilità dai noti ambienti, e le attenzioni di un servizio di sorveglianza che si occupi della sua incolumità. Una presa di posizione coraggiosa per una donna eccellente.

Di donne si è ancora parlato la sera del primo ottobre a santo Spirito. In pedana la formazione femminile di Armonioso Incanto che ospitava una collaboratrice di eccezione, Elena Modena. Cantante e strumentista, specializzata nella musica antica, Elena è attiva come ricercatrice, concertista, docente universitaria, saggista ed esperta di musica prepolifonica. In pratica una enciclopedia. Grazie alla sua vece e alla sua arpa, l’ottimo Franco Radicchia ha saputo guidare le sue ragazze nell’intricato percorso delle musiche di Hildegard von Bingen.  Santa e taumaturga, botanica e scienziata, musicista e autore di testi sulla medicina, santa Ildegarda è un personaggio noto alle cronache “new age”, per il moto che si è detto su di lei, anche a sproposito. Elena Modena, con la purezza del suo canto, e con le cognizioni dei suoi studi, ha reso onore al titolo del concerto. “Beata innocentia, Sacra virginitas”. Ascoltando il concerto da laici, siamo rimasti ancora una volta sopraffatti dalla ricchezza dell’ordito vocale desunto dalla edizione salisburghese che raccoglie le sue opere musicali sparse in più codici. Non vogliamo sapere della autenticità delle fonti: quando Hildegard cantava non era nato san Francesco e il suo monastero era circondato dalle paludi della Renania. Quel che colpisce è questa monodia intricata, che sale sempre verso l’alto e si irradia come polloni vorticosi che si allacciano l’uno sull’altro: niente del gregoriano “piano” e razionale che si distenda nel vuoto delle cattedrali sol suo respiro quieto e regolare. Qui è un vorticare di microrganismi acustici che sembrano percorsi dalla frenesia di venire alla luce, come se un troncone melodico avesse paura di essere sopraffatto dall’altro. Sarà Santa, Hildegarda, ma quanta inquietudine nel suo spirito. Avremmo potuto godere di più di questa musica straordinaria, ma la triste volumetria della chiesa di Santo Spirito, la sua sostanziale bruttezza, non ce ne voglia don Saulo, ha reso difficile concentrarsi sui virgulti melodici che sgorgavano dalle voci delle ragazze di Armonio Incanto. Franco Radicchia ha diretto “tutte” in maniera molto funzionale. Speriamo che ne scaturisca un disco che faccia onore al ricordo di una bellissima serata e al ritorna di una interprete, Elena Modena, che abbiamo apprezzato nel pieno del suo valore.

Stefano Ragni

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