Spread the love

Palazzo Gallenga e san Pietro: tre concerti.

 Quartetto Ghedin per AGiMus, “Les Jeunes de Fribourg” a “Musica dal Mondo”, Orchestra da Camera di Perugia con l’arco sovrano di Enrico Bronzi per Amici della Musica.

Perugia, 17 e 18 aprile

Tra venerdì a sabato un bel districarsi tra le proposte che ormai percuotono l’attenzione degli ascoltatori. Una abbondanza di convocazioni che mette a dura prova un pubblico che non è quello dei grandi numeri, ma che costituisce un bel tessuto connettivo della società civile cittadina. Pomeriggio nell’aula magna di palazzo Gallenga, dunque, per venerdì, con la proposta dalla sezione AGiMus “Valentino Bucchi”, archi e pianoforte per Schumann e Brahms. Filippo Bogdanovic, Myriam Traverso, Mattia Geracitano e Laura Licinio hanno dedicato la loro formazione alla memoria di Alfonso Ghedin, un bel violista dei tempi andati: suonano con molta convinzione e mostrano una bella preparazione. C’era tanta bella musica nelle risorse di questi bravi ragazzi e siamo certi che la loro carriera progredirà con successo.  Appena il tempo di una pizza ed eccoci alle 21 a san Pietro per ascoltare l’assessore Fabrizio Croce che presiede alla serata inaugurale del festival “Musica dal mondo”, ventisette edizioni, la prima senza il suo fondatore, Salvatore Silivestro, a casa indisposto. Si tratta di un cartellone che accoglie complessi da camera e orchestre giovanili da ogni parte del globo: stanno qualche giorno sul territorio, si fanno apprezzare e producono economia. Una formula che la città non può che accogliere con piacere. Oltretutto far conoscere ai giovani svizzeri di Friburgo la bellezza di san Pietro è qualcosa che inorgoglisce noi perugini. Qui si sono consumate le ottantennali vicende della Sagra di Francesco Siciliani e si respira l’aroma di una grande tradizione. La quindicina di adolescenti di Friburgo si raccolgono sotto una formazione che è stata creata nel 1971 per avviare alla disciplina della musica per archi strumentisti dai dodici ai diciannove anni. Li ha fondati Theophanis Kapsapoulos che, in questa serata, li ha diretti per l’ultima volta, primo dal suo addio al podio. Condividendo la bacchetta con i nuovi maestri, i violinisti Simon Schmied e Alfonso Fesch impegnati in pagine solistiche di Vivaldi e Bach. C’era anche una bella produzione contemporanea di  Jean Francois Michel, la delicata “Elpides”, dove i ragazzi elvetici hanno fornito una bella prova di coesione. Chiusura con lo svizzero Frank Martin, autore di un polittico ispirato agli affreschi del palazzo pubblico di Siena, le “Allegorie del buon governo”. Venerdì sera la “Image de la Chamnbre haute” col violino di Fesch e la direzione di Kapsapoulos. Indubbiamente una bella versione di una musica molto intensa. Ventiquattro ore dopo ancora nella basilica sublacense per un appuntamento degli Amici della Musica.

Sul podio, investito dalla responsabilità di essere anche il solista della serata, il nostro Enrico Bronzi. Una chiamata molto impegnativa per l’Orchestra da camera di Perugia che ha risposto con convincente fervore, offrendo una straordinaria prova della maturità raggiunta. Perché si trattava di suonare il primo Concerto di Shostakovich, l’op. 107, mentre Bronzi suonava il suo violoncello. Grande concentrazione, dunque, per Azusa Onishi, la “spalla”, chiamata spesso a concertare i colleghi con l’archetto e concentrazione a fior di pelle per tutti i componenti. Musica di compatto spessore questo Concerto del 1959, sei anni dopo la morte di Stalin, data epocale perché il musicista poteva finalmente respirare senza la pressante sorveglianza degli umori del tiranno, attento a cogliere ogni respiro di un musicista creativo, apprezzato e tutelato, ma tenuto comunque sotto una attenta sorveglianza. Ormai c’era il timido disgelo di Kruscev, ma meglio non fidarsi e infatti il primo tempo si apre con l’abituale “scrollamento” ritmico, motorio, vitalistico, ottimistico. Ma la profondità sarmatica, e lo spirito “innodico” delle icone di Florenski si apre nel secondo movimento, una complessa e articolata palingenesi che, come nei grandi romanzi russi, è tutto un interrogarsi sulle colpe e sulle disperazione del rimorso. E qui c’è da riconoscere a Bronzi la grandezza di un magistero esecutivo che, per impegnato nella concertazione dell’orchestra ha tenuto altissimo il livello solistico, portandolo a vertici di assoluta bellezza.  Non finiva mai questa tetra meditazione che sprofondava spesso nel tono spettrale, diventava glaciale e si disperdeva in visioni allucinatorie chiamando l’arco di Bronzi a un virtuosismo introspettivo, evocativo di una profonda e comunicata spiritualità. Suggestivo il momento in cui si sono fusi la celesta suonata da Alessandro Gentile e il corno di Stefano Berluti, splendida presenza timbrica che ha illuminato tutto il Concerto. Mentre Bronzi suonava la sua solitudine non si poteva non pensare ai versi di Brodskij “Addio, dimentica e perdona” la poesia di chi “va via”.

La centralità del Concerto di Shostakovich, che vorremmo definire momento indimenticabile di questi ultimi anni di Amici della Musica, non deve far trascurare la bella prova che direttore e Orchestra hanno offerto nella concertazione della beetheveniana ouverture di Egmont, e nella e delicatissima Terza Sinfonia di Schubert.  E il pensiero non può non volare nelle immagini e farci ricordare che un grande del passato Hebert von Karajan portato da Siciliani qui a Perugia negli anni della sua denazistificazione definì la basilica benedettina il più bel luogo acustico in cui avesse mai diretto. Dell’Egmont girava nella tv in bianco e nero una sua bella versione cinematografica con  un attore allora famoso, Maximilian Schell, in giro-collo “dolcevita” nero, che poco prima dalla “Sinfonia di vittoria”, la parte finale della ouverture, enunciava le parole che Goethe aveva messo in bocca a Lamoral, conte Egmont, eroe della libertà olandese dal cattolicesimo spagnolo, pronunciava prima di essere decapitato. “Muoio per la libertà”. Una frase che non avremmo mai voluto più sentire, ma che, in qualche parte del mondo, è ancora tragicamente   pronunciata da giovani immolati per la loro sete di democrazia.

Stefano Ragni

Torna in alto