Sagra Musicale Umbra in felice navigazione.

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A Solomeo il Vivaldi in cantoria, a palazzo Gallenga lo Schumann di Calabretto, Micrologus a san Francesco di Assisi, i mistici arabi al Tempietto di s. Angelo.

Perugia, 26 settembre 2026

In effetti si fatica a seguire le proposte di questa effervescente Sagra  degli 81 anni. Anche tre proposte al giorno, per un pubblico che è sempre quello e non può suddividersi. Non è una lamentela, ma il compiacimento per le tante forze messe in campo, soprattutto per i cori amatoriali locali che sono impiegati a scacchiera in una vetrina esemplare. Nel corso della settimana  spicca innanzi tutto la vetrina dei concerti d’organo,  efficacemente individuati da Claudio Brizi, luoghi e interpreti. Mercoledì scorso nella chiesa di san Bartolomeo a Solomeo, un edificio leoniano pieno da decorazioni architettoniche che lo fanno sembrare una luminaria natalizia, ha brillato uno degli strumenti più preziosi dell’arte organaria centroitaliana, l’Adamo Rossi del 1791. Mozart si stava spegnendo quando il costruttore perugino edificava uno strumento  destinato a fare storia e letteratura. Nel prezioso libretto che correda la stagione avremmo voluto più dettagli sulle  caratteristiche costruttive dei singoli manufatti, vista la unicità dell’appello di tante voci organarie del territorio. Straordinariamente in cantoria sedeva una coppia di artisti, l’organista Marco Ruggeri e la violinista  Lina Uinskite per una proposta assai singolare, la riproduzione delle “Quattro stagioni” di Vivaldi. Impresa probabilmente mai ascoltata qui da noi, ma risultata di una incredibile efficacia. Il violino della musicista lituana, discepola di Vernikov e Spivakov, master a Rotterdam, ha “trillato” come un ossesso nei vortici di note che le ha assegnato il Prete Rosso. Descrivere la natura, dal soffio del vento al canto degli usignoli, al brivido della Bora, all’ebbrezza del vino è stata per lei impresa molto agevole, dato l’alto tasso di strumentalità che possiede. Da parte sua il cremonese Ruggeri ha fatto “ruggire” il cospicuo canneggio del Rossi, traendone ululati di tempeste, stormire di fronde, stridore di ghiaccio. Una festa per le orecchie e uno stimolo continuo a rivivere le sensazioni che da due secoli condividiamo con il mondo civile.  Quando ascoltiamo questo capolavoro dell’Illuminismo dobbiamo essere consapevoli che per la prima volta Vivaldi ha  pennellato la Natura nel suo progetto di concordia con l’uomo. Per i filosofi era fisiocrazia, ma quell’epoca ad esaltare il mondo naturale si poteva ancora finire sul rogo.

Venerdì un duplice appuntamento. A palazzo Gallenga Roberto Calabretto, musicologo insigne, ha raccontato dei rapporti tra la musica di Schumann e lo scrittore Jean Paul Richter.  Nell’aula magna ormai attraversata dai raggi di un sole appagato e  declinante, in cattedratico udinese ha illustrato quello che era il tema fondamentale scelto da Enrico Bronzi per questa sessione: “Anni acerbi”, ossia “Die Flegeljare”, il romanzo del 1804 con cui il pedagogo, esteta e romanziere trafisse la immaginazione di Schumann fino a travolgerne, poi, la ragione. Sodale di Herder e Wieland, ostile a Goethe e Schiller, Richter era “repubblicano” antisistematico, umorista, asceta del “comico-sublime”. Nel 1817 conseguì una “laurea honoris causa” ad Heidelberg, ma non fu questo che lo rese famoso. La sua letteratura “sghemba” attraversò il secolo e finì nell’alveo della “letteratura del sosia”, affascinando anche Hermann Hesse. Schumann ne fu travolto e come ha efficacemente dimostrato Calabretto  con ascolti e proiezioni di spartiti, ne fece sfondo sincretico per tante sue opere dove la poesia si respira sotto forma di suono: Humoresque, Papillon, Blümenstuck, danze di re Davide e Filistei, sono i luoghi dello scontro tra Walt e Wult che poi diventano Eusebio e Florestano. Magnifica esegesi che da sola varrebbe tutto il cartellone della Sagra.

Per fortuna che l’avvicendarsi delle proposte si articolala in maniera così ricca da sovrapporre i piani prospettici in maniera caleidoscopica. Nella stessa serata di venerdì, ad Assisi una basilica papale di san Francesco superiore offriva un magnifico colpo d’occhio di un luogo di culto votata all’arte dei menestrelli e dei giullari. Si rievocava l’età del frate Serafico, e sullo spazio dell’altare maggiore il gruppo festante dei Micrologus offriva il meglio del proprio repertorio. È il Francesco “sonoro” della “Legenda dei tre compagni” quello  del giovanissimo figlio di Pietro di Bernardone si gode la sua dorata condizione di agiato borghese. In quelle allegre brigate, come ricorda anche Adamo da Salimbene, ognuno suonava quel che sapeva e che poteva. Ed ecco allora il ricchissimo  strumentario di cui dispone Micrologua: la cornamusa impareggiabile di Goffredo degli Esposti,  la Buccina di Patrizia Bovi e, tra cantare e suonare, flauto doppio, tamburino con zufolo,  lira, corno di camoscio, cetra, naccaroni, tamburello, campane, symphonia, cetra e cimbali, piffero e il raccapricciante crepitare della “battistrangola” per  Gabriele Russo, Enea Sorini, Federica Bocchini, Lorenzo Cannelli, Lorenzo Lolli,  Matteo Nardella e un autentico frate, Luca Onetti ofm. Successo da stadio perché il “sound” di Micrologus, tra filologia e invenzione,  è più efficace di un “rave party” ed evoca l’atmosfera di un’epoca in cui violare un silenzio era anche un atto politico. Federico di Svevia, il contemporaneo di Francesco, promulgò un editto contro i giullari: il Serafico si fece “joculator Dei” e incantò le piazze. Leggete una celebre pagina del romanzo di Bacchelli, “Non ti chiamerò più padre” e condividete. I musicisti umbri hanno inserito il loro concerto per la Sagra nel progetto ERC ”Laudare” in collaborazione con le università di Trento e l’Aquila. 

Tra le splendide musiche strumentali e vocali i Micrologus hanno voluto inserire una personale versione del “Cantico delle Creature” come avrebbe potuto essere intonato dai suoi primi discepoli.  Interessante la  lauda processionale di fra Ranieri Fasani, “Madonna santa Maria”: è databile 1260, quando il predicatore, effigiato in un affresco di san Bevignate, mosse da lì con ii suoi Flagellanti per disperdersi in mezza Europa. Se fossero già esistiti Bergman avrebbe messo i Micrologus a cantare tra i penitenti che raggiungono la Svezia, sotto un immensa croce. 

Croce che forse si agitava un pochino ieri sera nel tempio di san Michele arcangelo. Siamo tornati a Perugia e sotto la volta a otto spicchi della chiesa bizantina dove  cantava e suonava il trio “Maqam”, violino, canto e cetra di Nidaa Abou Mrad, Rafka Rizk, e Ghassan Sahhab. Sono tre docenti della Università Antonine dei padri maroniti libanesi, ma operano anche alla Sorbonne. Molto efficace il loro percorso tra l’Amore Divino intorno alla poesia mistica del cristianesimo e dell’islam. Fonti letterarie dall’ottavo al dodicesimo secolo, con testi di San Paolo, San Simeone il Nuovo teologo e pensatori  arabi dell’epoca. Tutto bello se fosse rimasto così. Voce splendida di Rifka Rizk che senza un attimo di respiro, canta a gola spiegata i versetti, intonando anche, in perfetto italiano, una versione del “Cantico delle Creature”.  Vogliamo considerarlo non speculare, ma complementare a quello di ieri sera di Micrologus.

violinista in forma perfetta, a improvvisare su queste forme antiche di melismi mediterranei. Il Libano fu terra di pacifico confine finchè non arrivò la barbarie. Spettacolo molto apprezzato, ma manca la reciprocità con altre forme di religione, altrimenti ogni anno la Sagra paga un tributo a un solo monoteismo, mentre, secondo la visione capitiniana che la caratterizza, tutte dovrebbero essere a pari livello.

Stefano Ragni

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